Campobello di Mazara
Rinviata a giudizio Florinda Calcagno, una delle amanti di Matteo Messina Denaro
Il processo a suo carico inizierà il 4 maggio
Cronaca
Campobello di Mazara – Il gup di Palermo ha rinviato a giudizio per favoreggiamento aggravato e procurata inosservanza della pena Floriana Calcagno, una delle amanti del boss Matteo Messina Denaro. Il processo a suo carico inizierà il 4 maggio davanti al tribunale. L’indagine è stata coordinata dal pm Gianluca De Leo.
La donna, un’insegnate di matematica sentimentalmente legata al capomafia si presentò in Procura spontaneamente il 21 gennaio 2023, 6 giorni dopo l’arresto del capomafia raccontando ai magistrati di aver scoperto solo allora chi fosse l’uomo che per mesi aveva frequentato e con cui aveva avuto una relazione, sostenendo che a lei si era presentato col nome di Francesco Salsi e che le aveva detto di essere un medico anestesista in pensione.
I due, sempre nel racconto di Calcagno, si sarebbero conosciuti nel 2022 in un supermercato a Campobello di Mazara.
Calcagno, allora ancora non indagata, raccontò che, dopo averlo rivisto in un paio di occasioni, sempre al supermercato e vicino alla scuola in cui lavorava, aveva iniziato una relazione con Messina Denaro che le aveva rivelato di essere malato di tumore e di stare affrontando la chemioterapia.
Ma le indagini del Ros hanno accertato che il ruolo della professoressa negli ultimi due anni di latitanza del boss sarebbe stato ben altro: lei e il ricercato si sarebbero frequentati a lungo e la insegnante avrebbe ospitato l’amante nella sua casa al mare. Diverse le immagini visionate dopo la cattura del padrino in cui i due sono insieme in auto, in cui lei lo «scorta’ precedendolo con la sua macchina per accertarsi che non ci siano posti di blocco o gli porta pacchi nel covo di Campobello di Mazara.
Palermo
Stanotte ci ha lasciati Serafino Petta, sopravvissuto alla strage di Portella della Ginestra
Testimone instancabile di verità e dignità, amico e compagno di strada di Libera e di Libera Terra.
Cronaca
Palermo – Sopravvissuto alla Strage di Portella della Ginestra, Serafino Petta non raccontava solo una ferita della nostra storia: la custodiva. La trasformava in responsabilità. La consegnava ai nostri campisti, ai giovani che ascoltavano in silenzio la sua voce ferma, capace di attraversare il tempo e riportare tra noi i nomi e i volti dei caduti di Portella. Ogni volta che parlava, Portella non era più un luogo lontano: diventava un impegno presente. La sua memoria non era mai un esercizio del passato, ma un invito al futuro. Un invito a non voltarsi dall’altra parte. A scegliere la parte giusta. A credere che la giustizia non è un’utopia, ma un cammino che si costruisce insieme.
Oggi ci stringiamo alla sua famiglia e a chi gli ha voluto bene. E rinnoviamo una promessa: il suo testimone non lo lasceremo cadere. Lo porteremo avanti con rispetto, con gratitudine e con la stessa ostinata speranza che ha guidato la sua vita. Perché la memoria è un seme. E Serafino, con la sua voce e il suo coraggio, ne ha piantati tanti. Sta a noi farli crescere. Ciao Serafino. Continueremo il cammino.
Libera Terra Libera Sicilia contro le mafie Libera Contro le Mafie Libera Palermo contro le mafie Legacoop Sicilia Cooperare con Libera Terra Legacoop Nazionale.
Salvatore Inguì referente provinciale Libera Trapani
“Serafino Petta non si stancava mai di rievocare i suoi ricordi di quella drammatica e tragica giornata del 1° Maggio 1947 quando, bambino, insieme a tanti altri bambini figli dei poveri tra i più poveri, si recava a festeggiare a Portella della Ginestra. Raccontava della miseria e della fame, raccontava di famiglia di contadini che non possedevano nulla e aspiravano a poter coltivare un fazzoletto di terra per poter ricavare il minimo da cui sostenersi. Raccontava di come i poveri erano trattati con disprezzo e alterigia dai nobili, dal clero, dalla mafia, dai politici.
Reietti tra i reietti. E poi con una lucidità terrificante rievocava il ricordo degli spari, della gente che non capiva e si guardava attorno e vedeva altra gente cadere imbrattata di sangue. Il suo compagno di giochi a lui a fianco che si accascia a terra senza un grido e Serafino racconta che ha cercato di sollevarlo e capisce che è stato colpito da spari.
Ecco dopo tutti questi anni Serafino non riusciva a non commuoversi e a fare commuovere noi che lo ascoltavamo. e con la mano tremante ci indicava i punti dove la gente era ammassata e il punto da dove il bandito Giuliano e la sua banda sparava, dal monte la Pizzuta con raffiche di mitraglia e poi facendo con il braccio il segno di un arto indicava il punto esatto dove lui scappando si è nascosto dietro un terrapieno. Serafino Petta questa notte, nella sua piana degli Albanesi, lui che era un albanese degli Arbereshe giunti in Sicilia circa sei secoli fa , se n’è andato, ma non ci ha lasciati, perché il patrimonio di ricordi, emozioni, senso di disgusto contro le ingiustizie, la mafia e la corruzione ce lo rende vivo e accanto nel nostro tentativo di procedere nel percorso che lui ci ha indicato”.
Italia
Ciaccio Montalto, l’omaggio di un collega – di Ottavio Sferlazza
Alle loro famiglie il mio commosso ricordo
Cronaca
Roma – Desidero rivolgere un pensiero affettuoso al collega ed amico Giangiacomo Ciaccio Montalto, sostituto procuratore della Repubblica presso il tribunale di Trapani, di cui oggi ricorre il 43° anniversario dell’omicidio, consumato a Valderice il 25 gennaio del 1983.
Era un magistrato di notevole professionalità, estrema intelligenza, determinazione ed intuito investigativo.
Si è trattato del primo omicidio di una lunga serie che ha segnato profondamente la carriera di quelli della mia generazione: avevo poco meno di 4 anni di funzioni, come giudice istruttore penale presso il tribunale di Trapani,
Seguiranno due anni dopo (2 aprile 1985) l’attentato di Pizzolungo a Carlo Palermo in cui rimasero dilaniati i due gemellini Giuseppe e Salvatore Asta di sei anni e la loro mamma Barbara Rizzo, e l’assassinio del presidente Alberto Giacomelli (Trapani 14 settembre 1988) di cui ero stato giudice a latere del collegio penale nei primi mesi del 1979.
Alle loro famiglie il mio commosso ricordo
*Magistrato in pensione
Castellammare del Golfo
Per la Cassazione Vito Turriciano non è mafioso
Annullata la condanna a 10 anni per l’ottantenne imprenditore
Cronaca
Castellammare del Golfo – Per la Cassazione Vito Turriciano, 80 anni, imprenditore indicato come un uomo di mafia, non è un esponente di Cosa nostra.
L’imprenditore ormai 80enn per anni è stato indicato come un uomo di mafia, promotore di un nuovo gruppo criminale pronto a controllare appalti e calcestruzzo nel Trapanese. La Cassazione scrive invece che non è un esponente di Cosa nostra. Con l’ultima decisione, la sesta sezione della Suprema Corte ha annullato la condanna a 10 anni di reclusione inflitta dalla Corte d’appello di Caltanissetta. I giudici hanno ordinato di rifare da capo il calcolo della pena relativamente a due episodi estorsivi contestati all’anziano ma senza calcolare alcuna aggravante mafiosa.
Una vicenda iniziata nel 2016 con una condanna a 12 anni per associazione mafiosa, fondata sull’ipotesi dell’esistenza di un nuovo sodalizio criminale. Dopo una lunga battaglia legale, condotta dagli avvocati Baldassare Lauria e Caterina Groppuso, i giudici nisseni hanno accolto la revisione della sentenza, stabilendo che quel gruppo mafioso non era mai esistito. Da qui l’assoluzione piena di Turriciano dall’accusa di associazione mafiosa perché «il fatto non sussiste».
Ma, restavano in piedi due vecchi episodi di tentata estorsione, mai arrivati a compimento. Nel rideterminare la pena, la Corte d’appello aveva però fissato la condanna a 10 anni di carcere, decisione ora bocciata dalla Cassazione per tre errori evidenti: l’applicazione dell’aggravante mafiosa, ritenuta inammissibile dopo l’assoluzione definitiva dall’accusa di mafia; gli aumenti di pena applicati senza una motivazione adeguata, con incrementi particolarmente severi, soprattutto per la recidiva; la Suprema Corte ha censurato la gestione del tentativo, evidenziando come sia stata applicata la riduzione minima di pena senza spiegazioni convincenti, avvicinando la condanna ai limiti massimi previsti. Ora il procedimento torna indietro ad un’altra sezione della Corte d’appello di Caltanissetta che dovrà rideterminare la pena.
Custonaci
A Custonaci nel ricordo di Giuseppe Di Matteo e l’intitolazione di un parco giochi a Giuseppe Montalto
Due omicidi della mafia, il primo come reazione alla scelta del padre del piccolo di diventare un collaboratore, il secondo un regalo ai boss dell'Ucciardone
Cronaca
Custonaci – Due storie di morte accomunate da un unico comune denominatore, qui ci sono due vittime innocenti uccise per mano mafiosa. Da un lato il piccolo Giuseppe Di Matteo, 12 quando venne rapito a Villabate da un commando di mafiosi travestiti da forze dell’ordine e poi tenuto prigionierio 799 giorni e infine strangolato e sciolto nell’acido. Una atrocità commessa per punire il padre del bambino Santino diventato collaboratore di giustizia. Il secondo l’agente scelto di polizia penitenziaria, Giuseppe Montalto ucciso dalla mafia il 23 dicembre del ’95 a Palma, frazione di Trapani. un regalo ai boss detenuti all’Ucciardone.
Le iniziative commemorative si inseriscono nel trentesimo anniversario dell’uccisione di Giuseppe Montalto e del piccolo Giuseppe Di Matteo, due simboli della violenza di Cosa nostra.
Nel corso della sua lunga prigionia, avvenuta in condizioni disumane, Giuseppe Di Matteo, per circa due mesi, fu tenuto anche nella frazione di Purgatorio, tra Custonaci e San Vito Lo Capo. La figura del bambino la cui storia rimane uno dei capitoli più bui di cosa nostra viene ricordata da tempo dalle amministrazioni dei due comuni e dalle scuole in una piazzetta a lui dedicata e dove dallo scorso anno è presente un murales che lo raffigura. Quest’anno con il Prefetto i familiari e diverse autorità militari e civili, anche il presidente della Commissione nazionale antimafia Chiara Colosimo e il Sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro Delle Vedove.
A seguire ancora a Custonaci è stato inaugurato il parco giochi dedicato a Giuseppe Montalto
Alla cerimonia hanno partecipato la vedova di Montalto, Liliana Riccobene, il sottosegretario alla Giustizia con delega alla polizia penitenziaria Andrea Delmastro Delle Vedove, la presidente della Commissione nazionale antimafia Chiara Colosimo, il provveditore regionale Maurizio Veneziano, autorità civili e della polizia penitenziaria. militari.
Nel corso dell’iniziativa, il presidente della Commissione nazionale antimafia Chiara Colosimo ha sottolineato come nel territorio trapanese persista “una complicità ancora inaccettabile con la criminalità organizzata”. Dai lavori della Commissione emerge che nel 2025 sono state decine le operazioni di forze dell’ordine e magistratura che hanno coinvolto fiancheggiatori di Matteo Messina Denaro. “Altrimenti non avremmo persone nate nel 1992 che favorivano la sua latitanza”, ha aggiunto.
Messina
Il ricordo dedicato a Beppe Alfano
Il giornalista messinese ucciso 33 anni addietro
Cronaca
Barcellona Pozzo di Gotto (Messina) – A 33 anni dall’omicidio mafioso del giornalista Beppe Alfano, qual è lo stato delle cose? Oggi giorno dell’anniversario alle 18, al parco “Maggiore La Rosa” di Barcellona Pozzo di Gotto, si terrà l’iniziativa pubblica “Mafia, corruzione e affari. Dall’omicidio Alfano ad oggi: quali sfide per la buona politica”, promossa dal Partito democratico.
“Con questa iniziativa, vogliamo lanciare un segnale politico forte e chiaro. In un tempo in cui mafia e affari cambiano pelle ma non smettono di condizionare la vita democratica, abbiamo il dovere di costruire spazi pubblici di confronto e di verità. Questa iniziativa nasce per ribadire che il Partito Democratico sta dalla parte della legalità senza ambiguità e intende rafforzare una cultura politica capace di opporsi ai sistemi di potere opachi che hanno fatto troppi danni alla nostra terra”. Così Armando Hyerace, segretario provinciale del Partito democratico messinese.
L”incontro si propone come “momento di confronto che intende rimettere al centro il ruolo della politica come strumento di legalità, trasparenza e difesa dell’interesse pubblico, partendo dalla memoria dell’omicidio Alfano fino alle sfide più attuali che attraversano la Sicilia”.
All’iniziativa prenderanno parte Antonello Cracolici, presidente della Commissione parlamentare antimafia all’Assemblea regionale siciliana, ma anche amministratori, parlamentari, rappresentanti istituzionali del Pd, “in un dibattito che vuole parlare al territorio e alle nuove generazioni, rilanciando una visione di buona politica fondata su responsabilità, coerenza e coraggio”.
Presente anche Sonia Alfano, già europarlamentare e figlia del giornalista Beppe Alfano.
Fonte tempostretto.it
Custonaci
A Custonaci un parco giochi intitolato all’agente scelto Giuseppe Montalto ucciso dalla mafia
L'inaugurazione il prossimo 9 gennaio
Cronaca
Custonaci – Il prossimo 9 gennaio 2026 verrà inaugurato a Custonaci un parco giochi intitolato a Giuseppe Montalto Agente Scelto di Polizia Penitenziaria, medaglia d’oro al merito civile per aver sacrificato la propria vita a difesa dello Stato e delle istituzioni contro l’operato di “Cosa Nostra”, nonché di criminali sottoposti al regime carcerario 41 bis, riconosciuto “Vittima del Dovere”.
La motivazione dell’intitolazione da parte della Giunta guidata dal sindaco Fabrizio Fonte
“Ritenuto che l’intitolazione dell’area all’Agente scelto Giuseppe Montalto, sia da ritenersi doveroso poichè rappresenta un fulgido esempio da ricordare per le generazioni future, di come un giovane uomo, servitore dello Stato abbia sacrificato la propria vita nella lotta alla mafia”.
Gioacchino Veneziano dell’Esecutivo Nazionale UILPA Polizia Penitenziaria
“Per noi è un dovere ricordare i nostri colleghi caduti, sopratutto quelli per vile mano mafiosa, per questo che abbiamo inviato ai sindaci del comprensorio trapanese richieste di individuare degli spazi per richiamare alla memoria questi Poliziotti Penitenziari”
“Ho trovato nel sindaco di Custonaci Fabrizio Fonte – dice il sindacalista della Uilpa – unitamente alla sua giunta un alleato tenace, che da subito ha raccolto la nostra richiesta inviata il 13 giugno 2024, deliberata dalla giunta il 27 gennaio con il parere finale favorevole del Prefetto di Trapani il 23 aprile 2025”
“Il tutto è stato realizzato in tempi rapidi grazie ad un lavoro di squadra tra Prefettura, Ente Comune di Custonaci,UILPA Polizia Penitenziaria e Amministrazione Penitenziaria a tutti i livelli di responsabilità, coronando il nostro obiettivo – conclude Gioacchino Veneziano – di fare conoscere alle generazioni future per il tramite questo parco giochi che verrà inaugurato 9 gennaio 2026, la storia di Giuseppe Montalto, cittadino di questa terra, valoroso appartenente alla Polizia Penitenziaria, vittima di mafia”
Chi era Giuseppe Montalto
23 dicembre 1995 Palma – Trapani … Fu un regalo di natale ai boss e alla mafia l’omicidio dell’agente di polizia penitenziaria Giuseppe Montalto.
Montalto lavorava all’Ucciardone, a Palermo, dopo avere prestato servizio a Torino. Giuseppe Montalto non è stato mai considerato una vittima eccellente, perché non era uomo che sedeva nei posti alti delle istituzioni. Era una persona semplice, un “cittadino” che lavorava facendo l’agente di polizia penitenziaria, secondino si diceva una volta, oppure guardia carcere. Montalto era soprattutto un servitore dello Stato, fedele sempre: comportamento che, dopo la sua morte, gli è valsa una medaglia alla memoria che non ha restituito pieno onore, perché sono mancate nel tempo memoria e ricordo del suo sacrificio. Montalto ha pagato con la vita il suo essere onesto e il rispetto per la divisa che indossava, come altri hanno pagato con la vita la loro dedizione alla legalità e contro le mafie. Una morte che è stata patrimonio doloroso e sconvolgente della società civile e delle istituzioni solo per poche ore, per poi rimanere ricordo solo dei suoi familiari. Un eroe da ricordare solo velocemente nella data della ricorrenza del delitto, il 23 dicembre, senza mai interrogarsi sul perché di quel delitto efferato, violento.
Un omicidio che per i mafiosi era “una cosa buona”, parole di Matteo Messina Denaro: giusto “quel signore gentile e galante” come veniva descritto dai vicini immediatamente dopo la cattura a Palermo. Proprio lui quello che si vantava che con le persone che aveva ammazzato avrebbe potuto riempire un cimitero…
Giuseppe Montalto fu ammazzato l’antivigilia di Natale di quel 1995. Quando fu ucciso era in procinto di salire sulla sua auto, una Fiat Tipo targata Torino, dopo essersi fermato davanti alla casa dei suoceri, in contrada Palma, per portare loro delle bombole di gas. In auto era rimasta seduta sul sedile anteriore del passeggero la moglie, Liliana Riccobene, che ancora non sapeva di essere in attesa della seconda figlia, Ilenia, che mai conoscerà il padre; in braccio Liliana teneva la primogenita, Federica, di 10 mesi. Arrivarono i killer, due uomini, con giubbotti neri e passamontagna: uno di loro sparò, Giuseppe vide sicuramente quelle canne di fucile che minacciosamente gli venivano puntate contro, Liliana invece sentì solo uno, due colpi, dei botti che dapprima le sembrarono dei petardi, per poi vedere invece Giuseppe caderle addosso, come a proteggere lei e la bambina. Liliana chiese al marito cosa stesse accadendo, ma non ebbe risposta perché nel frattempo ci fu un altro colpo ancora, quello di grazia, alla testa.
Il killer era Vito Mazzara, valdericino, professionista che vestiva la divisa azzurra nei campionati nazionali di tiro a volo. Ma era un uomo della mafia e non dello sport.
Castelvetrano
Mazara del Vallo e Castelvetrano: convegno “La droga alimenta la mafia”
“Acquistare una dose equivale ad alimentare la mafia”. Un messaggio forte, che richiama alla consapevolezza del legame tra droga e criminalità organizzata
Cronaca
Convegno Mazara del Vallo 2
Castelvetrano – Si è tenuto, nelle giornate di martedì 28 e mercoledì 29 ottobre, rispettivamente presso l’istituto tecnico superiore “Francesco Ferrara” di Mazara del Vallo ed il Liceo Ginnasio Statale “G. Pantaleo” di Castelvetrano, il convegno dal tema “La droga alimenta la mafia” promosso dalla Questura di Trapani.
Le aule magne degli istituti hanno accolto studenti e docenti venuti a seguire con particolare interesse la spiegazione dei relatori sulla pericolosità delle droghe e sull’effetto distruttivo che queste possono avere sulla salute e sulla vita di chi le consuma.
Particolarmente significativi sono stati l’intervento del Dr. Antonio Pignataro, Dirigente Generale di Pubblica Sicurezza, Consulente presso la Presidenza del Consiglio – Dipartimento delle politiche contro la droga e le altre dipendenze, e le drammatiche parole degli ex tossicodipendenti, che hanno testimoniato la durezza e le trappole del mondo delle dipendenze da sostanze stupefacenti.
Il Questore di Trapani, Giuseppe Felice Peritore, nell’ambito dei vari saluti istituzionali che hanno preceduto gli autorevoli interventi dei relatori, ha spiegato ai ragazzi che la mafia detiene il monopolio della droga. “Acquistare una dose equivale ad alimentare la mafia”. Un messaggio forte, che richiama alla consapevolezza del legame tra droga e criminalità organizzata. Ha, inoltre, ribadito che i costanti servizi sul territorio garantiti dalla Questura di Trapani e dai Commissariati di P.S. distaccati ha permesso di conseguire, nell’anno in corso, importanti risultati nel contrasto del fenomeno.
Il Prefetto di Trapani Daniela Lupo, intervenuta al convegno, ha sottolineato l’importanza della coesione istituzionale e il ruolo delle componenti sociali nel contrasto alla diffusione delle droghe.
Messina
Messina, Dia. Sequestrati un bar e beni per un milione di euro
Si tratta di beni riconducibili a due fratelli condannati per associazione mafiosa
Cronaca
Messina – La Direzione Investigativa Antimafia di Messina, coordinata dalla Procura, sta procedendo all’esecuzione di decreti di sequestro, emessi dalla Sezione Misure di Prevenzione del Tribunale peloritano, su richiesta della Dda, nei confronti di due fratelli già condannati per associazione mafiosa, per aver partecipato al mantenimento in vita del sodalizio mafioso promosso da Francesco Romeo ed organizzato da Vincenzo Romeo, appartenente a Cosa Nostra e collegato al clan Santapaola-Ercolano, già sottoposti a sorveglianza speciale di pubblica sicurezza con obbligo di soggiorno nel Comune di Messina per 4 anni.
Il sequestro ha riguardato tre appartamenti e un box ubicati a Messina e provincia, nonché un esercizio commerciale in pieno centro cittadino, ricondotto ad uno dei due colpiti da misura, anche se formalmente intestato alla madre. Sequestrati rapporti finanziari, prevalentemente costituiti da buoni fruttiferi postali. Complessivamente sono state assicurate all’Erario, tra beni immobili, aziende commerciali e rapporti finanziari, valori per un importo pari ad un milione di euro.
Il provvedimento scaturisce da una proposta a firma congiunta del direttore della Dia e del procuratore distrettuale di Messina, a conclusione di complesse indagini economico finanziarie, da cui è emerso che i destinatari della misura, “durante il periodo di tempo in cui si erano resi responsabili di gravi delitti, avevano accumulato un patrimonio sproporzionato rispetto ai redditi dichiarati, frutto evidente delle remunerative attività illecite svolte”. In particolare, è stato giudizialmente accertato che i due hanno operato in stretta sinergia con un esponente di vertice del sodalizio mafioso, che li ha ampiamente favoriti, anche sfruttando il proprio carisma criminale, nella loro attività professionale nel campo della distribuzione dei farmaci.
Castellammare del Golfo
Mafia: Domingo, la sentenza è definitiva
Processo "Cutrara": la Cassazione respinge appello, don Ciccio "Tempesta" deve scontare 24 anni
Cronaca
Castellammare del Golfo – di Rino Giacalone – Era stato l’unico dei condannati, nel troncone ordinario del processo “Cutrara” sulla mafia castellammarese, a ricorrere in Cassazione, ma da mercoledì scorso la sua condanna è definitiva.
Ancora una condanna per associazione mafiosa, 24 anni divenuti 30 in prosecuzione con un’altra condanna. Francesco Domingo, conclamato capo mafia di Castellammare del Golfo, fu arrestato il 16 giugno del 2020 dai Carabinieri di Trapani nell’ambito della cosiddetta operazione antimafia “Cutrara”.
Tra le sue mani affari tra mafia e politica, e controllo del territorio, nulla poteva sfuggire alla sua gestione. E secondo quanto emerso dalle indagini prima e dal processo dopo, questo avveniva grazie anche ad una sorte di rispetto che comunemente di lui in città ne faceva quasi un intoccabile e una persona alla quale non poter dire di no.
Una società nel suo complesso se non collusa, avrebbe permesso a don Ciccio “Tempesta” di godere di un certo ruolo cittadino, quello peggiore. Una parte della comunità però si è ribellata e attraverso alcune associazioni si è costituita parte civile nel processo, adesso don Ciccio Tempesta dovrà pure occuparsi dei risarcimenti. Intanto nei mesi scorsi ha anche subito un sequestro di beni.
Nel luglio del 2022 i giudici d’appello lo hanno condannato assieme a Antonino Rosario Di Stefano e Salvatore Labita, questi ultimi non hanno però appellato le condanne, rispettivamente 3 anni il primo e 22 mesi il secondo, molto inferiori rispetto a quella di don Ciccio Tempesta. I due si sono occupati di togliere di mezzo delle microspie in un locale usato da Domingo per degli incontri.
L’operazione “Cutrara” scattò nell’estate 2020, Domingo da poco era tornato libero dopo una precedente lunga condanna e in assenza di capi si era lui stesso nominato boss di Castellammare del Golfo. Per lui tanti “assabinirica”, e tanti sarebbero andati a busare alla sua porta a chiedere favori e aiuti. Oppure accadeva che lui stesso si presentava alla porta di chi a suo dire “sgarrava”.
A suo carico anche i rapporti con Cosa nostra americana e la famiglia dei Bonanno, che aggiornavano il capo mafia di Castellammare delle dinamiche e degli equilibri di Cosa Nostra oltreoceano.
Il suo ruolo nella consorteria mafiosa è desumibile già da quanto processualmente accertato nel 2002: Domingo aveva anche curato l’organizzazione di un incontro tra Gaspare Spatuzza e Matteo Messina Denaro, entrambi latitanti, nel corso del quale erano state assunte decisioni sulla custodia delle armi a disposizione delle famiglie mafiose trapanesi.
Stai cercando un articolo passato?
Puoi filtrare per data, autore o titolo.
Cerca articoli →