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Codice rosso e violenza sulle donne:…emergenza? No! Cultura

23 Luglio 2019 10:59, di Valentina Rosy Parrino
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Codice rosso e violenza sulle donne:…emergenza? No! Cultura Il 18 luglio scorso il parlamento italiano ha approvato in via definitiva il ddl sulla tutela delle vittime di violenza domestica e di genere, definita “Codice Rosso”.Con questa legge entrano in vigore modifiche al codice penale, in alcuni casi aggravando le pene già previste per i maltrattamenti familiari, stalking e violenza sessuale, in  altri introducendo nuove fattispecie di reato, come ad esempio il cosiddetto “revenge porn” o il reato di lesioni permanenti al viso. Il Codice Rosso introduce altresi una corsia preferenziale per le vittime di violenza e di genere, che dovranno essere ascoltate da un pm entro tre giorni, in modo da rendere più tempestivi i reati di maltrattamenti, violenza sessuale e lesioni aggravate, se commessi in contesti familiari o all’interno di relazioni di convivenza.
Il ministro della pubblica amministrazione Giulia Bongiorno definisce la legge sul “Codice Rosso” come “il massimo che si può attualmente fare sul piano legislativo per combattere la violenza sulle donne. Ma non basta, la violenza sulle donne è molto spesso una conseguenza delle discriminazioni; dunque gli interventi legislativi devono essere accompagnati da azioni concrete sul piano culturale”.
Nonostante ultimamente se ne senta parlare sempre più spesso, la violenza sulle donne in realtà non è un problema emergenziale né un fenomeno geograficamente o culturalmente circoscritto, al contrario essa è espressione diretta di un sistema di potere maschile che ha permeato da sempre la cultura, la politica e le relazioni pubbliche e private, dunque ha un carattere strutturale e non sporadico o eccezionale.
Le ricerche compiute negli ultimi dieci anni hanno dimostrato infatti che la violenza contro le donne è endemica, nei Paesi più ricchi come in quelli più poveri. Le vittime e i loro aggressori appartengono a tutte le classi sociali o culturali e a tutti i ceti economici; essa dunque è un fenomeno trasversale che non ha confini geografici, economici e culturali e che risulta diffuso indipendentemente dalla posizione sociale, dal reddito o dall’istruzione.
Secondo l'Organizzazione mondiale della sanità (OMS), almeno una donna su cinque ha subito abusi fisici o sessuali da parte di un uomo nel corso della sua vita. Il rischio maggiore di violenza è rappresentato dai familiari, mariti, compagni e padri, seguiti da amici, vicini di casa, conoscenti stretti e colleghi di lavoro o di studio.  
Nello specifico nella nostra cultura la violenza sulle donne può essere fatta risalire alle discriminazioni di genere e all’uso di stereotipi sociali, per cui la donna deve corrispondere a determinati standard sociali e assolvere a compiti specifici. Gli stereotipi di genere dunque sono generalizzazioni sui ruoli degli uomini e delle donne all’interno della società ma se da un lato ci permettono di semplificare ed interpretare la realtà, dall’altro si rivelano inesatti e non veritieri, poiché ogni persona ha desideri, pensieri e sentimenti individuali, strettamente legati alla personalità dell’individuo e non all’appartenenza di genere.
 Alcune delle credenze comuni riguardanti il ruolo della donna in società sono per esempio:
Capacità di devozione e servizio agli altri: la donna viene vista come responsabile e custode del benessere altrui, per cui il suo compito è principalmente quello di accudire gli altri e farsene carico;
-Appartenenza a qualcuno: le donne vengono viste come predisposte ai rapporti di coppia, per cui sono considerate complete soltanto nel momento in cui trovano un uomo, dunque “appartengono a qualcuno”;
-La maternità: nel pensiero comune le donne possono essere felici e soddisfatte soltanto quando diventano madri;
-La bellezza e desiderabilità: una donna deve essere bella e desiderabile per essere facilmente accettata in società, per cui diventa “oggetto” sottoposto a sguardi e valutazioni.
Questi sono solo alcuni degli stereotipi più comuni che vengono utilizzati ma la lista è ancora molto lunga, si pensi ad esempio a quelli riguardanti il lavoro, per cui ad esempio le donne non possono svolgere alcuni tipi di attività oppure la retribuzione, la possibilità di fare carriera, di praticare sport ecc…
Questi stereotipi nascono da una lunga tradizione culturale che ha identificato il genere femminile con una serie di caratteristiche che hanno mantenuto nel tempo, nonostante i processi di modernizzazione, il loro valore simbolico. Essi si tramandano già nel momento in cui si scopre quale sarà il sesso del nascituro: se il bebè sarà una femminuccia infatti si inizierà ad arredare casa con colori molto delicati, riconosciuti a livello sociale come femminili e si comincerà ancora prima della nascita a creare lo stereotipo di genere. La futura bimba sarà infatti ritenuta la femmina perfetta, colei che indosserà abiti femminili e sarà abituata a calarsi sin da piccola, attraverso il gioco, nel ruolo della donna che si occupa della casa e si prende cura del marito e dei figli. Se notate infatti una bambina che gioca vi renderete subito conto di come questa sia già perfettamente consapevole di quale dovrebbe essere il suo compito da grande e cioè quello di restare a casa ad occuparsi delle faccende domestiche e dei figli mentre il marito va a lavorare.
Questi stereotipi di genere mettono dunque di fatto, sin dalla nascita, il mondo femminile in una posizione di subalternità rispetto all’uomo e determinano delle aspettative non messe in discussione riguardo i ruoli che la donna dovrebbe assumere in società in qualità del suo essere biologicamente tale.
Questa presunta superiorità dell’uomo sulla donna e dunque le disuguaglianze di genere che ne derivano, legittima in  modo a volte inconsapevole varie forme di violenza che si inseriscono facilmente nella quotidianità e che in molti casi possono anche non essere riconosciuti immediatamente dalla vittima stessa proprio perché viene considerata “normale” la condizione di debolezza e di inferiorità rispetto all’uomo. La donna è così percepita non come un individuo a sé stante, con propri bisogni e desideri, ma come un oggetto atto a soddisfare i bisogni dell’uomo e se ciò non accade l’uomo si sente pienamente in diritto di violare e di punire (verbalmente, fisicamente o psicologicamente) la sua persona.
Se dunque il cambiamento necessario è proprio quello culturale, come possiamo cambiare i modelli di disuguaglianza di genere?
Prima di tutto sarebbe logico chiederci se i nostri attuali stili di vita in riferimento alle disuguaglianze di genere siano adeguati: ogni persona è un individuo con i propri bisogni e le proprie idee, per cui il primo passo da fare potrebbe essere proprio quello di considerare uomini e donne come individui. Il genere è solo una parte di ciò che siamo e non ci definisce come persone.  
Ma un vero e proprio cambiamento culturale potrà essere possibile soltanto nel momento in cui si inizierà a promuovere nella donna sin dall’infanzia concetti quali autonomia e cura di sé: sviluppare la consapevolezza di sé e delle proprie capacità permetterà di eliminare la condizione di subalternità che spesso è alla base del verificarsi degli episodi di violenza e diventerà anche un modo per opporre resistenza ad ordini e schemi prestabiliti.
Nel caso degli uomini invece, l’educazione dovrebbe essere proiettata verso l’espressione e il riconoscimento dei sentimenti propri ed altrui, la responsabilizzazione ed il prendersi cura dei bisogni degli altri, concetti spesso assenti nei processi di educazione e di socializzazione primaria attuali.
Includere questi contenuti nei programmi educativi potrebbe essere la chiave di svolta per la trasformazione sociale.
Valentina Parrino
Psicologa, Specialista in Tecniche del Rilassamento
Per ulteriori info, approfondimenti o curiosità potete scrivermi al seguente indirizzo: valyparrino@gmail.com

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