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Cultura
Trapani

Isabella Carloni porta in scena Circe: "Il mio è il più bel lavoro del mondo"

17 Marzo 2016 19:19, di Ornella Fulco
Isabella Carloni porta in scena Circe: "Il mio è il più bel lavoro del mondo"
Cultura
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Isabella Carloni in scena, ieri ed oggi, per gli studenti alla chiesa di Sant'Alberto a Trapani e, domani, al teatro comunale di Custonaci, con il suo "Circe, un mito mediterraneo". L'attrice marchigiana, ormai di casa nel Trapanese dove, negli anni ha proposto il suo monologo tratto da "Minchia di re" di Giacomo Pilati e, la scorsa stagione, "Alda Merini, i beati anni dell'innocenza", ha tenuto anche un laboratorio teatrale, "La musica del corpo", che ha riscosso l'entusiastico apprezzamento dei partecipanti. L'abbiamo incontrata per una lunga chiacchierata su questo suo spettacolo che porta in scena, intrecciate in un discorso sulla contemporaneità, figure e storie antiche nella forma, sempre coinvolgente, dell'affabulazione, tra il serio e l'ironico, il giocoso e il drammatico. Come, quando e perchè è nato "Circe"? "Si tratta di un lungo progetto, nato molti anni fa e non ancora concluso, che riguarda tematiche che mi accompagnano da tempo. E' iniziato in modo più classico, partendo dal poema omerico, con un gruppo di attori. Nella seconda versione, in cui eravamo rimasti solo io e un musicista-raccontatore, abbiamo affrontato il tema delle categorie in cui il femminile viene catalogato: c'erano la dea, la pazza, la prostituta e questa storia si andava mescolando con altri aspetti. Dopo ancora, con tutto il materiale che avevo raccolto, ho proposto una conferenza-spettacolo della durata di più di due ore. Da questi tre momenti, più di recente, ho creato un'affabulazione che è difficile da definire - io la chiamo narrazione semi-seria - dove sono entrati sempre più alcuni elementi del mio archivio teatrale. Questo spettacolo, per le sue tematiche, lega il mio 'prima del teatro' a quello che sono adesso perchè io ho avuto una formazione filosofica e mi sono laureata su tematiche che hanno a che fare col pensiero femminile e con una visione critica del pensiero occidentale, sempre dal punto di vista femminile. Il primo titolo dello spettacolo era 'Circe o il profumo dei maiali', un titolo provocatorio ma molto pertinente perché dentro il mito mediterraneo di Circe è molto presente la figura del maiale. Oggi è un animale che viene considerato sporco, sgradevole ma, in passato, era l'animale sacro alle antiche divinità femminili perché la femmina del maiale ha un ciclo che ricorda quello delle donne. Io, nello spettacolo, cerco di mostrare che, dietro la trasformazione della dea Circe che diviene strega c'è la paura della diversità, di qualcosa che non si conosce e che spaventa e che, quindi, per affrontare si prova a demonizzare o a ridicolizzare". Fuori dal mito e venendo ai nostri giorni, quanto questa paura della diversità è ancora presente? "Secondo me la diversità che ci spaventa, ancora oggi, è quella che mantiene un forte rapporto con la dimensione del naturale, del selvaggio, come è nel mondo di Circe che è un mondo metamorfico, è quello che Cesare Pavese racconta ne "I dialoghi con Leuco", un mondo dove l'umano e il divino sono ancora un po' mescolati, dove gli uomini si trasformano in bestie, le piante parlano, questo mondo mitologico che noi abbiamo relegato nella favola, o nel ridicolo, ma che racconta molto di noi. E la paura di questa vicinanza al naturale che donne portano, inevitabilmente, con sé - perché nel loro corpo è inscritta questa dimensione naturale ciclica - è ancora attuale. Le antiche religioni celebravano le divinità lunari, legate alla temporalità ciclica. La modernità ha preso, invece, la direzione della linea retta, del progetto, dello sviluppo. Questo non vuol dire che io sia contraria al progresso o alla tecnologia, assolutamente no, ma quello che oggi può ancora insegnarci il riflettere su questi aspetti è che non si può arrivare a dire che non esistono perché nel momento in cui si negano tornano come 'fantasmi'e allora si creano violenze e fraintendimenti. In questo il mio spettacolo è molto moderno. Quando il potere nega l'altro, la sua differenza - e questo succede non solo con la diversità femminile ma con ogni diversità, quella sessuale, quella dello straniero - si crea un rapporto di violenza". Si parla di donne ma anche di uomini nella sua Circe? "Assolutamente sì. Un pezzo a cui sono molto legata, in questo spettacolo, è quello dal Peer Gynt di Ibsen. Io ho ripreso il momento in cui lui - che è l'anti Ulisse, l'anti eroe - si trova ad affrontare l'incantamento amoroso che, però, non è più quello delle sirene, della Circe, ma quello del bosco dei Troll dove lui incontra la figlia del re, brutta, sgradevole, con i capelli arruffati, ma lui la vede bellissima e se ne innamora. Quel mondo è l'anti modernità per eccellenza perché il re dei Troll dice a Peer che deve 'imparare a stare', ad essere quello che è in una maniera oscura, senza voler affermare il proprio io, la propria identità. Oggi tutti, invece, hanno il desiderio di 'lasciare un segno' di sé nel mondo e questo rischia di portarci su una via impervia". Lo spettacolo è stato proposto agli studenti, ha notato differenze nelle reazioni del pubblico? "E' sempre molto interessante lavorare con i ragazzi, loro sono colpiti dal fatto che io parlo di cose di cui non si parla facilmente, figuriamoci a teatro. Nello spettacolo io racconto anche del ciclo femminile ed elenco i nomignoli con cui, nelle diverse regioni italiane o in altre lingue si indica. I ragazzi si divertono molto quando faccio la figlia del re dei Troll e sono molto attenti quando recito i versi dell'Odissea che propongo nella traduzione di Quasimodo, cerco di fargli sentire la bellezza di queste parole". Laboratorio teatrale, com'è stata l'esperienza con il gruppo trapanese? "Sorprendente, come accade in ogni laboratorio. Era un gruppo veramente eterogeneo per età, per estrazione culturale ma questa è la ricchezza. E' stato, forse, un po' più difficile cercare di dare a ciascuno qualcosa. C'erano studenti che, magari, hanno voglia di iniziare un'esperienza teatrale, c'erano professionisti più interessati all'aspetto della presenza scenica e della vocalità, altre persone che volevano fare un'esperienza di espressione creativa. Però ci siamo mantenuti ad un alto livello di qualità, mi piace sempre lavorare come se avessi a che fare con dei professionisti". Nei suoi ultimi lavori è da sola in scena, è una scelta o una necessità? "Per Circe è stata davvero una necessità perché, ad un certo punto, mi sono resa conto che non potevo portare in giro una compagnia di cinque, sei persone e quindi ho optato per la formula dell'affabulazione. Per 'Viola di mare', tratto dal libro di Giacomo Pilati, inizialmente avevo immaginato che potessimo essere due persone in scena ma poi, nel corso del lavoro di scrittura, ho sentito che il personaggio di Pina-Pino doveva avere la sua centralità ed è venuto fuori il monologo. Nel lavoro su Alda Merini è stata una scelta dell'autore, Antonio Lo Vascio, che mi ha proposto il monologo che aveva scritto. Attualmente sto anche portando in giro un lavoro musicale dove ci sono dei musicisti ma, confesso che, pur amando molto il monologo, comincio ad aver voglia di tornare in scena con dei compagni". Più difficile stare sul palcoscenico o "sulla scena" della vita? "Bella domanda! E' più difficile stare sul palcoscenico perché lì si va solo se si ha qualcosa da dire, se parte un'urgenza, un tema, una questione - che senti impellente - da esprimere. Certamente il nostro modo di lavorare sta cambiando, è più difficile trovare le tournée come una volta, per cui tutte le sere sei in scena. Però, anche a costo di grossi sacrifici, quando magari riprendi un lavoro che non facevi da tempo, devi essere al massimo, il pubblico va rispettato, non ci si può improvvisare. C'è anche un lavoro, molto difficile, di 'nudità' che devi fare, devi porti davanti al pubblico senza il desiderio di esibizione che, forse, è un po' quello che ci muove all'inizio di questa professione. C'è un aspetto narcisistico in ognuno di noi, senza dubbio, ma quello che ho imparato nel tempo è che questo lavoro diventa più forte e più espressivo se, invece, ti fai 'strumento' - come dicono i grandi maestri - della parola o del canto che passa attraverso di te. Tu sei lì per raccontare qualcosa e dovresti scomparire: il pubblico non deve vedere Isabella, deve vedere Circe, Pina, Alda... Anche quando sei narratrice dovrebbe ascoltare le tue parole e scordarsi di te. Quindi è molto diverso dalla vita anche se aiuta, poi, nella vita perché questo stato di attenzione, di percezione e di sensibilità che il teatro esige te lo porti poi fuori, nella vita. Ma questo rende più difficile vivere perché, da un canto, certo è più bello avere maggiore percezione delle cose, dall'altro, in qualche momento, diventi un po' disadattata... Ma il mio è il lavoro più bello del mondo, continuo a pensarlo".

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