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Attualità

La mia Auschwitz

26 Gennaio 2019 11:22, di Redazione
Un vagone di trasporto degli ebrei verso il campo di concentramento
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Mattina del 27 gennaio 2013, stazione di Firenze Santa Maria Novella. C’è una grande eccitazione nell’aria, come se la quotidiana confusione della vita fra banchine e binari fosse oggi più frizzante del solito. Sono le nostre voci, i nostri sorrisi. Siamo noi, i più di cinquecento studenti di istituti superiori e atenei toscani, che stiamo per salire sul Treno della Memoria per intraprendere un lunghissimo viaggio fino a Cracovia, sulle orme degli italiani – ebrei, oppositori politici, militari - che settant’anni fa furono deportati fino al cuore nero di uno dei più incredibili programmi orditi ai danni dell’umanità.

Insieme a noi sono circa in duecento tra insegnanti, rappresentanti delle istituzioni e di diverse associazioni locali, giornalisti, fotografi, personale sanitario. Inoltre, gli ospiti d’onore: le sorelle Bucci e Marcello Martini, sopravvissuti ai campi di sterminio, e il regista polacco Marian Marzynski, ebreo che conobbe la dura vita del ghetto di Varsavia. Sono questi, oggi, i nostri compagni di viaggio. Nonostante il periodo di crisi economica che il nostro Paese e l’Europa tutta sta attraversando, come tiene a specificare il presidente della regione Toscana Enrico Rossi che è qui con noi, anche quest’anno il Treno, arrivato alla sua VIII edizione, è pronto per partire, con il patrocinio della Regione Toscana e con l’appoggio logistico della Fondazione Museo e Centro di Documentazione della Deportazione e Resistenza di Prato. Ci aspettano ore di viaggio, chilometri su rotaie, il freddo glaciale della Polonia di fine gennaio e, soprattutto, i luoghi e le immagini che so già non dimenticherò mai. Non mi lascio scoraggiare; al contrario, io e i miei compagni siamo tutti eccitati e impazienti di sentire il fischio del nostro Treno. L’entusiasmo si sente ancora quasi diciassette ore dopo, quando arriviamo alla stazione di Oswiecim – il nome polacco del ben più tristemente famoso Auschwitz -, dove le nostre guide ci aspettano; saranno loro ad accompagnarci per i restanti giorni di permanenza in Polonia. Sta nevicando.

Fa molto freddo, ma presto mi abituo alla temperatura di poco sotto lo zero, allo scenario di casette dai tetti spioventi ricoperti di neve. La prima tappa del nostro viaggio è il campo di Birkenau, letteralmente “campo di betulle”. In effetti, le alte e sottili betulle sono le protagoniste di questo fiabesco paesaggio innevato. Percorriamo pochi chilometri in pullman, e le indicazioni sui cartelli stradali ci annunciano che la favola sta per finire. Il pullman si ferma; si scende. L’immediata sensazione è quella di essere stati risucchiati in una foto d’epoca, dove non ci sono colori, ma solamente il bianco accecante della neve fresca che ricopre ogni cosa e il nero del filo spinato che recinta un’area sterminata. Bianco, ovunque. Cielo e terra hanno lo stesso colore. Il freddo e il silenzio completano un quadro che sa di desolazione e abbandono. Pochi edifici svettano in questo deserto ghiacciato, con le loro forme rigide e severe, uno accanto all’altro, uno identico all’altro. Stiamo in piedi davanti l’entrata del campo, stretti l’un l’altro per difenderci dal freddo, ma soprattutto per darci forza. Risuonano appena i nostri timidi passi, si parla a voce bassa, per non turbare il sacro silenzio che ci avvolge. Mi guardo attorno; scopro immagini che mi sono note dalle svariate visioni cinematografiche, dalle fotografie che ho sempre visto nei libri di storia. Ma non è una scenografia: è tutto vero. E questa è una consapevolezza che a fatica si fa strada dentro le nostre coscienze. La visita inizia con una breve sosta presso la Judenrampen, lo scalo ferroviario appena fuori il campo dove si fermavano i convogli dei deportati. È presente un solo vagone di legno scuro e massiccio, le grandi ruote poggiate su quel che resta delle rotaie. Si può solo immaginare cosa significasse viaggiare per giorni all’interno di un carro bestiame come quello, stipati, spesso senza la possibilità di sedersi, senza acqua né cibo. Nella scura forma del vagone, spicca solamente una cosa: una rosa rossa, mezza congelata, lasciata da un visitatore che ci ha preceduto. Noteremo altri fiori, di tanto in tanto, in altri luoghi simili, spesso riscaldati dalle fiammelle di candele e lumini: pensieri, memorie e preghiere per le anime dannate che sembrano bisbigliare nell’aria.

La visita continua all’interno del lager, attraverso spogli edifici in legno, nati come stalle per cavalli e destinati successivamente come “alloggi” per i prigionieri del campo. Qui si ha la sensazione che parole come dignità, benessere, serenità, non siano mai state pronunciate. Qui non esistevano neppure. Qui uomini, donne e bambini tentavano di sopravvivere a temperature caldissime in estate e freddissime in inverno, coperti solamente da uniformi a righe, leggere e logore, coi piedi torturati da zoccoli di legno - “Ecco il perché della strana andatura dell’esercito di larve che ogni sera rientra in parata.”, citando Primo Levi in “Se questo è un uomo” - e le menti ottenebrate dalla fame che li torturava ancor più della crudeltà e della bestialità dei loro aguzzini. Visitiamo i magazzini; ci fermiamo, tremanti, davanti a ciò che resta del nucleo distruttivo del campo, ossia le camere a gas, fatte saltare in aria dalle SS prima dell’arrivo dei sovietici per cercare di insabbiare le prove dei loro crimini. Infine, ci avviamo in processione - ciascuno di noi tenendo una candela accesa in mano – fin davanti il grande monumento internazionale. È il momento più toccante: a turno, pronunciamo ad alta voce il nome e l’età di un deportato italiano. Tocca anche a me: Anna Anticoli, romana, uccisa all’arrivo ad Auschwitz all’età di quattro anni. In un certo senso, è come se la piccola Anna mi avesse accompagnato durante questa lunga visita, e adesso che pronuncio il suo nome la sento ancora più vicina. L’aria accoglie così più di settecento nomi, più di settecento vite, identità che settant’anni fa furono strappate alla propria quotidianità per essere catapultate in questo inferno in terra, dove diventarono nient’altro che numeri e cenere. Oggi restituiamo a questa gente un briciolo di dignità. La ricordiamo.

Per tutta la durata della cerimonia, ci sembra quasi di sentirli, accanto a noi, guardarci con affetto. È la volta delle parole di Enrico Rossi: ci parla di memoria, di come il futuro deve essere costruito su ciò che è stato, e alla stessa maniera, di come il presente può essere pienamente vissuto solamente conoscendo e accettando il passato. Gli orrori testimoniati da questa spaventosa fabbrica della morte, infatti, non sono prerogativa degli anni della Seconda Guerra Mondiale: Rossi ricorda come ancora oggi, nella nostra civilissima e democratica Italia del XXI secolo, si verifichino episodi di razzismo (per citarne alcuni, l’omicidio dei ragazzi senegalesi a Firenze lo scorso anno; la morte silenziosa, di cui nessuno si cura, dei 17000 immigrati sul fondo del Mediterraneo, o ancora le ultime manifestazioni di antisemitismo a opera di alcuni membri napoletani di Casa Pound). Sono parole di condanna, di ammonimento, ma anche di speranza. Compito nostro ricordare, compito nostro di diffidare da chi si dice unico depositario di verità. Analizzare i fatti, pensare con la nostra testa, discernere il bene dal male: questi i nostri sacrosanti diritti e doveri in quanto cittadini del mondo. Usciamo da Birkenau turbati, alcuni di noi con il brillio delle lacrime degli occhi. Il mio pensiero corre ai miei genitori: vorrei tanto che fossero qui con me. Nel pomeriggio, assistiamo alla prima proiezione del documentario Never forget to lie di Marian Marzynski, che ci racconta così la sua vita e quella di altri ebrei riusciti a fuggire dal ghetto di Varsavia; l’anziano e brillante regista ci coinvolge in uno stimolante e interessante dibattito, ed è curioso di sentire i nostri commenti e le nostre sensazioni riguardo l’esperienza di quella giornata. Prima di tornare in albergo, giriamo per un po’ per le vie di Cracovia; la città è bellissima, e odora di storia e cultura. Sembra di essere in un altro mondo. Eppure, tutto quell’orrore è accaduto a poche decine di chilometri da qui. Il giorno dopo, arriviamo al campo di Auschwitz di prima mattina, riscaldati da un tiepido sole che fa brillare la neve caduta il giorno prima. Quando varchiamo la soglia del campo, segnata dal derisorio motto Arbeit macht frei (“Il lavoro rende liberi”), inizia quasi immediatamente un curioso – sebbene sicuramente riduttivo - processo di immedesimazione con chi entrò senza mai più poter uscire. “Qui esiste solo l'entrata”,diceva, secondo le testimonianze, il comandante del campo di Mathausen Franz Ziereis ai nuovi arrivati, “l’unica uscita è dal camino del forno crematorio”.Un altro campo, ma la storia era la medesima. Auschwitz è così ben conservato da fare venire i brividi, e immancabilmente suggerisce ai suoi visitatori le scene che dovevano animarlo. Il contatto visivo è molto forte, e l’immaginazione e la suggestione iniziano a volare. Davanti ai nostri occhi, si susseguono file di edifici identici, perfettamente allineati, ben costruiti con i loro mattoncini rossi e i tetti spioventi.

Camminiamo lungo le strade di quello che sembra un inquietante villaggio silenzioso e deserto, pianificato sin nel più piccolo dettaglio. Se non fosse per il contesto, verrebbe spontaneo ammirare la meticolosa precisione degli ingegneri che l’hanno progettato. Questo posto rispecchia la fredda, puntuale, quasi maniacale propensione per l’ordine e il controllo che era caratteristica dei nazisti e dei loro campi di sterminio. All’interno dei blocchi, oggi, sono stati allestiti gli spazi museali. Qui sono conservati documenti, fotografie d’epoca che le SS scattavano per la gloria dei posteri, e i moltissimi oggetti personali appartenuti a chi qui trovò la morte. Vestiti, pettini, rasoi, stoviglie. I deportati arrivavano qui con tutto quello che componeva la loro quotidianità, ingannati da promesse di una nuova vita. Venivano derubati di tutto, invece, e spogliati, umiliati, rasati, percossi. La maggior parte degli ebrei non arrivava a vedere l’alba del giorno dopo, perché venivano uccisi nelle camere a gas non appena arrivati. E forse, alla luce dei fatti, erano questi i disgraziati in qualche modo più fortunati. Coloro che venivano ritenuti abili al lavoro, infatti, iniziavano un calvario di fatica inumana, fame, terrore, azzeramento di qualsiasi valore umano. Venivano privati di ogni cosa, persino del proprio nome, costretti non solo a faticosissimi lavori fisici, ma a un altrettanto stremante stress psicologico che non li lasciava mai. L’umiliazione era una delle armi preferite dalle SS. Ci sono alcuni disegni realizzati clandestinamente dagli internati che ritraggono scene di vita quotidiana dalle tinte paradossali e grottesche: prigionieri travestiti e costretti ad esibirsi in mortificanti scenette per il diletto dei loro persecutori; l’orchestrina, sempre composta da prigionieri, che musicava con allegre sonate l’uscita dal campo dei compagni condotti alle fabbriche, e poi il loro ritorno alla sera, quasi sempre accompagnato dal trasporto dei cadaveri di chi non ce l’aveva fatta; e ancora, l’incredibile freddezza con cui l’ufficiale di turno smistava i deportati con un semplice movimento del braccio. Vita, morte. Un lavoro facile e quasi noioso. E fra gli abiti sgualciti, le impressionanti montagne di scarpe, di valigie, fotografie, occhiali da vista, spazzolini da denti, capelli umani – materia prima usata per la produzione di un tessuto! – che sono esposti quali pietose testimonianze degli omicidi sistematici che avvenivano giorno e notte all’interno del filo spinato di Auschwitz, c’è qualcosa di ancora più tremendo. Lo si prova guardando quelle camiciole con i bottoncini e nastri colorati, le scarpette che si possono tenere sul palmo di una mano, i giocattoli rotti. Le inguardabili fotografie di corpicini nudi e scheletrici, spesso con le tracce delle violenze e delle follie che erano costretti a patire. Gli occhi grandi e vuoti. A cosa dovevano pensare quando, dopo aver subito chissà cosa, gli veniva imposto persino di mettersi in posa per uno scatto fotografico? Cosa provavano in mezzo a quell’assurdo caos, in quel luogo che non avrebbe mai dovuto esistere nemmeno nel più terrificante racconto dell’orrore? Loro, le vittime più innocenti delle altre, sono ai nostri occhi come piccoli angeli caduti in un mare di melma scura e nauseante. La nostra guida ci mostra tutto questo; d’un tratto, si commuove. Si scusa con noi: dice che non si è mai abituata a vedere e raccontare tutto questo. Ogni volta, pensa al suo bambino. Io penso ai miei cuginetti. Il pensiero mi sfiora, ma non riesco nemmeno a portarlo a termine. È inevitabile non pensare ai nostri cari, alle nostre famiglie. Sfilando davanti alle migliaia di fotografie che tappezzano le pareti e che ritraggono solo una piccola parte dei prigionieri, l’immediata sensazione che si prova è quella di osservare un gruppo indefinito ed omogeneo di volti, sembra quasi impossibile distinguere i giovani dai vecchi, gli uomini dalle donne.

Ma al di là quella magrezza sconcertante che li accomuna tutti, oltre la stanchezza, oltre quel velo di terrore che copre occhi incavati e spenti, riconosco in ognuno di quei ritratti una persona, un individuo con la sua storia, la sua vita, la famiglia, gli affetti. Per ognuno di quei volti, qualcuno ha pianto un padre, una madre, un fratello, una moglie, un figlio. È allora che sento il cuore stringersi, stringersi sempre di più. Solamente quando comprendo la portata e la grandezza di questo agghiacciante olocausto, solo quando le cifre dei milioni di morti diventano singole identità, solo allora inizio a comprendere. Da quel momento, la visita al campo assume un altro sapore. Non si ha nemmeno il coraggio di parlare. Ascoltiamo la guida, continuiamo a seguirla per i blocchi, per le prigioni, nel cortile delle fucilazioni, nel cosiddetto “blocco sanitario” – palcoscenico degli indicibili esperimenti pseudoscientifici su cavie umane -, fino alla grande camera a gas e al complesso dei forni crematori. Qui si completava il processo di annullamento, di cancellazione. Arriviamo alla fine della visita senza fiato. Sarebbe bello, d’un tratto, scoprire che tutto questo non sia mai accaduto, scoprire che i negazionisti hanno sempre avuto ragione. Ma come si fa a non ascoltare questo silenzio, come ci si può dimenticare che stiamo calpestando terra mischiata a sangue, alla sofferenza, alle ceneri umane? Per uscire, attraversiamo lo stesso cancello per il quale siamo entrati; sembra una cosa così facile, sono solo pochi passi... Da dentro a fuori. Per un attimo, la mia mente vive un sogno ad occhi aperti: stiamo attraversando questa soglia portando con noi dieci, cento, mille di quelle persone di cui abbiamo visto i volti, facendo da sostegno agli anziani, guidando i bambini. Io tengo per mano la piccola Anna, che finalmente sorride. Questo è purtroppo impossibile. Ci separano decenni, e il tempo è l’unica barriera che non si può combattere, se non in un modo soltanto: ricordare ciò che è successo. Questi luoghi, che sono simbolo non solo dello sterminio del popolo ebraico - ma anche di tutte quelle decine di migliaia di oppositori politici, militari, omosessuali, prostitute, anarchici, Rom, individui ritenuti inferiori o scomodi per qualsiasi motivazione, spesso semplicemente per via della loro nazionalità -, sono in qualche modo anche il simbolo di tutti gli altri massacri perpetrati, nella storia, ai danni di minoranze culturali, etniche, religiose, sociali; fatti che non sono accaduti solo nel passato, ma che continuano tutt’ora, vicini a noi nel tempo e nello spazio: pensiamo a tutte le manifestazioni di xenofobia e razzismo nei confronti degli immigrati, gli episodi di omofobia che spesso si concludono con tragedie, i vili atti di discriminazione nei confronti dei disabili, l’odio per le donne, che nella sua forma più estrema ha portato alla coniazione di un terribile termine come “femminicidio”.
Pensiamo alle scritte antisemite che compaiono sui muri delle nostre città, ogni anno, attorno al Giorno della Memoria. Pensiamo ai fantasmi dei totalitarismi di estrema destra che aleggiano e vengono tollerati passivamente, perché si pensa ingenuamente che “nessuno ci crede più sul serio”. Dovremo continuamente guardarci indietro, invece, e tenere sempre presente che è proprio in momenti tristi come quello che l’Europa sta attraversando che si fanno strada certe dinamiche sociali. Ce lo ricorda il professore di storia contemporanea dell’Università di Siena Giovanni Gozzini, durante l’incontro con i testimoni dei campi di sterminio che ci hanno accompagnato in questo viaggio; insieme a lui, riflettiamo sul valore e sull’incredibile ricchezza della diversità: il mondo è un enorme ecosistema che ha bisogno di tutte le sue creature per poter funzionare alla perfezione, così come la società degli uomini necessita dell’esistenza di tutte le sue diseguaglianze per potersi definire veramente libera.
Le sorelle Bucci portano la loro drammatica esperienza di bambine nell’orrore di Birkenau; il loro racconto ci proietta nuovamente negli scenari che abbiamo visitato appena ieri, e sembrano prendere altri colori, voci, odori. Ascoltarle è rivivere con loro quei momenti tragici. Sentire il loro lieto fine ci risolleva gli animi, sa di riscatto e di giustizia. Anche la storia di Marcello Martini, ai tempi giovanissima staffetta partigiana che fu internato a Mathausen a soli 14 anni, ha una certa anima rocambolesca e quasi incredibile: eppure eccolo lì, con tutta la sua simpatia e il suo ottimismo, a raccontarci la sua tragedia personale non senza una certa ironia. Curiosi i processi che si innescano in casi come questi. Chissà quanto hanno lavorato su loro stessi per poter essere qui, oggi, a raccontarci di quel periodo funesto della loro vita. La forza di volontà: questo è il vero miracolo personale di ciascuno di noi. Seguono altre testimonianze sotto forma di filmati. Si commenta, si fanno domande, ringraziamenti. È un lungo pomeriggio di confronto.

Quando la sera torniamo in albergo, mi sento stanca, ho un peso sul cuore, eppure non mi sono mai sentita più umana di ora. Il giorno dopo visitiamo brevemente Cracovia. Il nostro Treno ripartirà nel pomeriggio. È giunto il momento degli ultimi ringraziamenti, delle foto ricordo, dei saluti alle nostre bravissime guide polacche. Comprendo pienamente il valore di questa esperienza mentre abbraccio i nuovi amici che conosco solamente da qualche giorno, con i quali ho condiviso la pesantezza e la stanchezza emotiva che ci ha lasciato questo viaggio. È bello e spontaneo sorridere insieme. Ciò che ci lega è una forza strana e meravigliosa, profonda, che non dimenticherò mai. Il nostro numerosissimo gruppo si fa rumorosamente strada sulle banchine della stazione di Cracovia. Il viaggio è, ancora una volta, lungo e stancante, ma chissà perché sembra più breve dell’andata.
Non appena superato il confine italiano, la mattina dopo, i cellulari iniziano a squillare: adesso è più facile mettersi in contatto con i nostri cari. Faccio una lunga chiacchierata al telefono con mia madre, cerco di raccontarle più cose possibili. Quando chiudo la conversazione, non so cosa mi prende. Le immagini di casa mia si mischiano a quelle degli squallidi dormitori freddi e umidi, si riempiono dei volti dei bambini di Auschwitz. La voce di mia madre si confonde al ricordo delle lacrime della nostra guida.
Ripenso alla piccola Anna, alle camere a gas, ai vagoni stipati di anime mandate al macello, alle torture, ai cadaveri, alle ceneri nel vento.
Per la prima volta durante questo viaggio, inizio a piangere e non riesco più a fermarmi. È un pianto liberatorio, di cui non mi vergogno. Sento il nodo di angoscia che mi grava sul petto pian piano sciogliersi, aprirsi. Adesso si lascia comprendere. Sto tornando a casa con qualcosa in più, dentro di me. So di essere nient’altro che una fra tanti, ma so anche che nel mio piccolo, se qualcosa posso fare per salvare almeno la memoria di coloro che sono stati così disumanamente uccisi, dare un senso a tutto quello che hanno subìto, quello è ricordare. In cuor mio, sento che li porterò tutti, per sempre, nei miei pensieri. So che loro saranno lì accanto a me quando tornerò a casa e racconterò cos’ho visto, quando non volgerò lo sguardo altrove di fronte a un’ingiustizia, quando mi opporrò a un prepotente, quando urlerò e lotterò per difendere ciò che è mio, quando avrò dei figli e insegnerò loro il valore della vita e della dignità umana. Io non dimenticherò. 
Alessia Martino 

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