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L'Istat: occupazione in Europa, peggio di noi solo Malta

13 Febbraio 2014 09:25, di Niki Mazara
L'Istat: occupazione in Europa, peggio di noi solo Malta
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I dati che emergono dallo studio Istat “ Noi Italia. 100 statistiche per capire il paese in cui viviamo”; confermano drammaticamente il momento di estrema difficoltà che stiamo vivendo in Italia. In primis il mercato del lavoro: il tasso di inattività è al 36,3 per cento, quello femminile addirittura al 46,5 per cento, dato che collocano l'Italia, nell’Europa dei 27 stati, al secondo posto per tasso di inattività; peggio di noi solo Malta. Nella Italia ormai da sempre a due velocità, le regioni meridionali (fanno eccezione Abruzzo e Sardegna) ne fanno di più le spese con un tasso che si colloca ben al di sopra del 40 per cento, con Campania, Sicilia e Calabria dove si sfiora il 50 per cento, vale a dire una persona su due in età lavorativa è inattiva. Estremamente preoccupante anche per gli aspetti mentali il disoccupazione di lunga durata (oltre 12 mesi) che interessa il 52,5 per cento dei disoccupati e supera il 54 per cento per la componente femminile. Nel 2012 , (anno di riferimento della indagine, ma i numeri sono purtroppo cresciuti) risultano occupate sei persone su dieci in età 20-64 anni, con un forte squilibrio di genere a sfavore delle donne e un marcato divario territoriale tra il Centro-Nord e Mezzogiorno (20,5 punti percentuali). Il tasso di occupazione nella fascia di età 55-64 anni è pari al 40,4 per cento, in aumento di circa 2,5 punti percentuali rispetto al 2011 ma inferiore alla media Ue27 (48,9 per cento). Dati Istat che fotografano impietosamente anche la scuola: il nostro governo spende poco per la scuola; l’ncidenza della spesa in istruzione e formazione sul Pil è pari al 4,2 per cento, valore ampiamente inferiore a quello dell’Ue27 (5,3 per cento). Nel 2012 il 43,1 per cento della popolazione tra i 25 e i 64 anni ha conseguito la licenza di scuola media; è un valore molto distante dalla media Ue27 (25,8 per cento) e inferiore solo a quelli di Portogallo, Malta e Spagna. “Il 17,6 per cento dei 18-24enni ha abbandonato gli studi prima di conseguire il titolo di scuola media superiore (12,8 per cento in media Ue), quota che sale al 21,1 per cento nel Mezzogiorno”. I dati inoltre evidenziano come i nostri ragazzi 15enni prossimi alla fine dell’istruzione obbligatoria hanno performance inferiori alla media Ocse e a quella dei paesi Ue che partecipano all’indagine. Oltre due milioni sono i giovani tra i 15 e i 29 anni non inseriti in un percorso scolastico e/o formativo e neppure impegnati in un’attività lavorativa. Si tratta di un valore fra i più elevati in Europa. “La permanenza dei giovani all’interno del sistema di formazione, anche dopo il termine dell’istruzione obbligatoria, è pari all’81,3 per cento tra i 15-19enni e al 21,1 tra i 20-29enni. La media Ue21 nelle due classi considerate è più alta (rispettivamente 87,7 e 28,4 per cento), ponendo l’Italia agli ultimi posti nella graduatoria dei paesi europei”. Sul fronte delle condizioni delle famiglie, nel 2012 il 24,9 per cento delle famiglie residenti in Italia presenta almeno tre delle difficoltà considerate nel calcolo dell’indice sintetico di deprivazione, una quota in aumento rispetto all’anno precedente. Il tutto con una pressione fiscale pari al 44,1 per cento, 3,6 punti percentuali in più rispetto a quella media Ue27. La Pubblica amministrazione italiana spende poco più di 13 mila euro per abitante, un valore leggermente superiore a quello medio dell’Ue27, ma ancora inferiore a quello delle principali economie dell’Unione. A livello territoriale, la spesa statale regionalizzata del Centro-Nord si conferma sistematicamente superiore a quella del Mezzogiorno”. Né va meglio per quanto riguarda la protezione sociale dove, nel 2012, si è superato il 30 per cento del Pil, il valore per abitante sfiora invece gli 8 mila euro l’anno. con dei valori appena superiori alla media dell’Unione, sia in termini pro capite, sia di quota sul Pil. Nel 2011, il 55,1 per cento dei comuni italiani ha attivato almeno un servizio tra asili nido, micronidi o altri servizi integrativi/innovativi per l’infanzia. Un dato positivo, ma in misura lievissima( 0,5 per cento), riguarda la percentuale dei bambini che utilizzano servizi pubblici per l’infanzia (13,5 per cento nel 2011). Insomma, i dati in negativo sono sui grandi numeri, quelli positivi infinitesimali. Di certo, questi numeri sconfortano e non danno speranze alle nuove generazioni, ma, purtroppo, anche agli anziani. E mentre la nave affonda, come nel film Titanic, c'è chi canta e chi balla nei saloni.

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