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Castelvetrano | Cronaca

Mafia. Matteo Messina Denaro ancora saldo al vertice di Cosa Nostra

02 Febbraio 2021 08:27, di Redazione
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Operazione del Ros tra Agrigento e Trapani, 23 le ordinanze di custodia cautelare, tra i fermati un'avvocatessa un ispettore e un assistente di polizia

L'indagine colpisce le famiglie mafiose agrigentine e trapanesi ed è coordinata dal procuratore di Palermo Francesco Lo Voi, dall'aggiunto Paolo Guido e dai pm Gery Ferrara, Claudio Camilleri e Gianluca De Leo.

L'inchiesta ha colpito anche un ispettore e un assistente capo della Polizia, accusati di concorso esterno in associazione mafiosa, accesso abusivo al sistema informatico e rivelazione di segreti d'ufficio, e un avvocato. Gli indagati  rispondono a vario titolo di mafia, estorsione, favoreggiamento aggravato.

Gli inquirenti hanno accertato che l'avvocato Angela Porcello, compagna di un mafioso, aveva assunto un ruolo di vertice in Cosa nostra organizzando i summit, svolgendo il ruolo di consigliera, suggeritrice e ispiratrice di molte attività dei clan.

Rassicurati dall'avvocato sulla impossibilità di effettuare intercettazioni nel suo studio, i capi dei mandamenti di Canicattì, della famiglia di Ravanusa, Favara e Licata, un ex fedelissimo del boss Bernardo Provenzano di Villabate (Pa) e il nuovo capo della Stidda si ritrovavano secondo le indagini nello studio, per discutere di affari e vicende legate a Cosa nostra. Le centinaia di ore di intercettazione disposte dopo che, nel corso dell'inchiesta, i carabinieri hanno compreso la vera natura degli incontri, hanno consentito agli inquirenti di far luce sugli assetti dei clan, sulle dinamiche interne alle cosche e di coglierne in diretta, dalla viva voce di mafiosi di tutta la Sicilia, storie ed evoluzioni. Uno spaccato prezioso che ha portato all'identificazione di personaggi ignoti agli inquirenti e di boss antichi ancora operativi. 

Nel mandamento mafioso di Canicattì la Stidda torna a riorganizzarsi e ricompattarsi attorno alle figure di due ergastolani riusciti a ottenere la semilibertà. In particolare uno dei capimafia, Angelo Gallea, indicato come il mandante dell’omicidio del giudice Rosario Livatino, avrebbe sfruttato i premi che in alcuni casi spettano anche ai condannati al carcere a vita, per tornare ad operare sul territorio e rivitalizzare la Stidda che sembrava ormai sconfitta.

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Agrigento - Operazione del Ros tra Agrigento e Trapani, 23 le ordinanze di custodia cautelare, tra i fermati un'avvocatessa un ispettore e un assistente di polizia, e tra i fermi anche il superlatitante di Castelvetrano.

Sono 23 le ordinanze di fermo in quattro province disposte della direzione antimafia di Palermo in un blitz dei carabinieri dei Ros. Tra i destinatari del fermo c’è pure Matteo Messina Denaro, e il padrino trapanese prende le decisioni più importanti per Cosa nostra.

Lo studio di una nota penalista agrigentina, Angela Porcello, sarebbe diventato luogo di incontri fra i boss. L'inchiesta riguarda anche un ispettore e un assistente capo della Polizia, accusati di concorso esterno in associazione mafiosa, accesso abusivo al sistema informatico e rivelazione di segreti d'ufficio.

I dialoghi registrati dalle microspie dei carabinieri dimostrano che c’è un canale di trasmissione attivo tra l’ultimo boss stragista ancora latitante (dal 1993) e i capi delle cosche agrigentine.

A lui i capimafia della provincia «riconoscono unanimemente l’ultima parola sull’investitura ovvero la revoca di cariche di vertice all’interno dell’associazione».

C’era infatti bisogno del suo beneplacito per l’estromissione di un «uomo d’onore» dal mandamento di Canicattì, e questo dimostra – concludono i pm – che «Messina Denaro è a tutt’oggi in grado di assumere decisioni delicatissime per gli equilibri di potere in Cosa nostra, nonostante la sua eccezionale capacità di eclissamento e invisibilità».

L'avvocatessa - che avrebbe avuto un ruolo nel mandamento di Canicattì - aveva difeso il capo della mafia agrigentina Giuseppe Falsone. Nel suo studio sarebbero documentati incontri fra i boss dell'agrigentino, alcuni stiddari e un palermitano che fu fra i postini di Bernardo Provenzano.

Due ergastolani, tra cui Angelo Gallea, uno dei mandanti dell'omicidio del giudice Rosario Livatino, avrebbero sfruttato la semilibertà per tornare ad agire sul territorio e rivitalizzare la stidda agrigentina che sembrava condannata all'estinzione, riuscendo a ottenere l'approvazione a distanza di Matteo Messina Denaro. 

I capimafia di Agrigento, Gela e Trapani anche in regime di 41 bis sarebbero riusciti a comunicare fra di loro. 

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