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Migranti: l'Europa alza "muri", in Gambia c'è chi dice "no" alle partenze

09 Maggio 2016 08:00, di Ornella Fulco
Migranti: l'Europa alza "muri", in Gambia c'è chi dice "no" alle partenze
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Mentre l'Europa tenta di dare una risposta unitaria alla più grave crisi migratoria dal secondo dopoguerra ad oggi e si trova a fare i conti anche con crescenti spinte nazionaliste, alimentate dalla paura di una "invasione" di persone in fuga da guerre e miseria, c'è chi, in Africa, porta avanti un'attività di sensibilizzazione per evitare che tanti giovani siano indotti a lasciare il loro Paese nella ricerca di un futuro migliore dall'altra parte del Mediterraneo. Dopo l'accordo tra Ue e Turchia - che ha portato alla chiusura della rotta balcanica - la traversata dalla Libia all'Italia è tornata ad essere l'unica alternativa possibile per tentare di raggiungere l'Europa. Lo si è visto in questi primi mesi del 2016 con un incremento dell'80 per cento negli arrivi rispetto allo stesso periodo del 2015. Il giornalista Mustapha Manneh è tra coloro che, in Gambia, si occupa del tema della migrazione verso l'Europa attraverso il sito web www.kartongnews.com e come volontario - da cinque anni - presso l'organizzazione locale "Their Voice Must Be Heard" impegnata nel campo dei diritti umani. Il Gambia, uno degli Stati più piccoli dell'Africa con una popolazione di poco meno di 2milioni di abitanti, si colloca tra le prime sei nazioni con il maggior numero di migranti che percorrono la rotta tra la Libia e l'Italia per giungere in Europa. I Gambiani hanno una "tradizione" di emigrazione dal loro Paese in cerca di fortuna in tutta l'Africa occidentale e anche più lontano. Negli anni Ottanta soprattutto la Scandinavia, negli anni Novanta la Libia. Secondo la Banca Mondiale, nel 2014, le rimesse dall'estero hanno raggiunto il 20 per cento del prodotto interno lordo del Gambia. "Le migrazioni illegali - dice Manneh in esclusiva a TrapaniOGGI.it - non sono la soluzione alla povertà degli Africani". Il giovane, che attualmente studia "Community Developement" presso il "Gambia Technical Training Institute", ha di recente avviato sui social network una campagna sull'immigrazione illegale verso l'Europa che ha lo scopo di sensibilizzare i giovani del suo Paese sui rischi connessi a quello che in Gambia è noto come il "backway jurney", il tragitto di 5.000 chilometri attraverso il Sahel fino alla Libia e la traversata via mare verso l'Europa. "I nostri giovani - dice Mustapha Manneh - devono conoscere veramente cosa c'è dietro questo viaggio. Molti migranti pensano che andare in Europa risolverà i loro problemi. Molti finiscono per rimanere delusi da ciò che trovano e rimpiangono di essere partiti ma non possono più tornare indietro. Molti giovani non sono consapevoli di ciò che realmente troveranno in Europa". "I governanti africani - prosegue - stanno tradendo la loro gioventù. Continuano a spendere milioni di dollari inutilmente perchè, mentre i giovani studiano, si diplomano e si laureano, non vengono create adeguate opportunità di lavoro". Secondo l'attivista di "Their Voice Must Be Heard" c'è una serie di fatti chiave che devono essere affrontati perchè le campagne contro l'immigrazione illegale risultino efficaci. "Il primo è che molti giovani - spiega Manneh - del Gambia e del Senegal sentono la pressione di provvedere al benessere delle loro famiglie e queste arrivano a vendere quel poco che possiedono per finanziare il viaggio. Spendono non meno di 2.500 dollari - pari a 100.000 Dalasi, la moneta locale - per arrivare dal Gambia all'Italia. Una cifra - sottolinea il giornalista - con la quale si potrebbe creare un'attività economica in Africa. Le famiglie sono convinte che i giovani che raggiungono l'Europa potranno inviare loro del denaro ma non immaginano quanto sarà difficile per loro trovare lavoro". "Secondo - prosegue Mustapha Manneh - punto da risolvere è la mancanza di lavoro. I giovani dovrebbero essere aiutati con la creazione di maggiori opportunità e di centri di formazione dove acquisire competenze utili a trovare un lavoro. Un Paese dove le competenze crescono si sviluppa più rapidamente. E' questa mancanza di opportunità che spinge i giovani a rischiare le loro vite". Il terzo punto su cui l'attivista pone l'accento è l'influenza dei coetanei "che contribuisce molto alla spinta verso la migrazione illegale. Molti giovani che intraprendono il viaggio dal Gambia verso l'Italia conoscono molto poco su cosa esso realmente comporta ma, a causa di ciò che vedono sui social media come Facebook and WhatsApp, molti sono spinti a partire solo perchè amici e compagni hanno già raggiunto l'Europa. Anche l'ignoranza gioca una parte importante in questo massiccio spostamento di giovani dall'Africa verso l'Europa. La maggior parte dei nostri giovani non hanno consapevolezza di come funziona l'economia europea e pensano che partire sia una buona strategia per risolvere i loro problemi". Nell'opinione di Manneh "i governi hanno un ruolo importante ed una grande responsabilità nel porre fine a questa situazione ma, sottolinea, le migrazioni illegali non possono certo essere impedite con la forza". Il giornalista spiega che "dovrebbero esserci maggiori opportunità lavorative per attrarre e incoraggiare i giovani gambiani a rimanere nel loro Paese e contribuire al suo sviluppo piuttosto che spendere cifre per andare via con le quali potrebbero intraprendere un'attività in Gambia". Manneh lancia un appello a coloro "che hanno avuto la fortuna di sopravvivere al deserto della penisola del Sinai e alle onde del Mediterraneo a smettere di pubblicare sui social foto nelle quali fingono di fare la bella vita in Europa quando è tutto il contrario". Sui social media girano storie di migranti che indossano collane d'oro e posano accanto ad auto di lusso nelle foto che inviano agli amici e alle famiglie. Alcuni mandano a casa il 'pocket money' che ricevono mentre sono ospiti dei centri di accoglienza in attesa della decisione sulle loro domande di asilo. "Risolvere questi aspetti - conclude l'attivista di Kartong - contribuirebbe in grande misura a ridurre il numero di giovani che si imbarcano verso l'Europa". Solo quando queste problematiche saranno attenzionate - conclude Manneh - il tasso di migrazione illegale dall'Africa all'Europa potrà essere ridotto".

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