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Gibellina | Cronaca

Operazione Ermes. Torna in carcere Leonardo Agueci

27 Novembre 2021 09:59, di Laura Spanò
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Arrestato nel 2015 era accusato di favoreggiamento nei confronti del boss Matteo Messina Denaro

Torna in carcere Leonardo Agueci, 34 anni, pregiudicato di Gibellina. Agueci deve espiare la pena residua di 3 anni di reclusione per favoreggiamento personale continuato aggravato dal metodo mafioso per aver agito al fine di agevolare l’associazione mafiosa, commesso in Castelvetrano, Mazara del Vallo e Salemi fino all'ann 2016.Ad arrestarlo sono stati i Carabinieri della Stazione di Gibellina, in esecuzione ad un provvedimento restrittivo emesso dall'ufficio esecuzioni penali della Procura della Repubblica di Marsala. 

Leonardo Agueci era stato già tratto in arresto nell’agosto del 2015 nell’ambito dell’operazione di polizia giudiziaria denominata "Ermes" che aveva portato all’arresto di 11 esponenti di vertice della famiglia di Cosa nostra trapanese che gestivano il sistema delle comunicazioni del latitante

Matteo Messina Denaro.La Corte d’Appello di Palermo aveva confermato nel 2020 la condanna a 3 anni e 4 mesi di reclusione per il reato di favoreggiamento confermando le decisioni di primo grado del Tribunale di Marsala nel 2017.Agueci deve espiare la pena residua di 3 anni di reclusione per favoreggiamento personale continuato aggravato dal metodo mafioso per aver agito al fine di agevolare l’associazione mafiosa, commesso in Castelvetrano, Mazara del Vallo e Salemi fino all'anno 2016. L’arrestato, al termine delle formalità di rito, è stato tradotto presso la casa circondariale "Pietro Cerulli" di Trapani, come disposto dall'A.G.

Operazione Ermes agosto 2015 L'operazione fu portata a termine il 3 agosto del 2015 dalla squadra mobile di Trapani e coordianta dalla Procura distrettuale antimafia di Palermo. In manette finirono esponenti di vertice delle famiglie di Cosa Nostra trapanese e presunti favoreggiatori del boss latitante Matteo Messina Denaro. Arresti e perquisizioni furono eseguiti nelle province di Palermo e Trapani da personale delle Squadre Mobili delle due citta’ con il coordinamento del Servizio centrale operativo della polizia e la partecipazione del Ros dei carabinieri.

I provvedimenti restrittivi riguardarono i capi del mandamento di Mazara del Vallo e delle cosche di Salemi, Santa Ninfa, Partanna, ritenuti feudi della primula rossa di Castelvetrano. L’indagine si collegava alle operazioni “Golem I e II” e “Eden I e II”, che avevano già colpito la rete di fiancheggiatori e parenti del latitante. 

Gli investigatori scoprirono una masseria tra Mazara e Salemi che fungeva da centrale di smistamento per i pizzini del boss condannato all’ergastolo per le stragi che hanno insanguinato Roma, Milano e Firenze nel 1993.

La masseria fu tenuta sotto controllo giorno e notte. Con telecamere piazzate sugli alberi, con registratori nascosti sotto terra. Le intercettazioni svelarono che era un vecchio mafioso ad occuparsi della distribuzione dei biglietti arrivati dal latitante. Destinatari, una rete di dieci persone. E in attesa della consegna, il vecchio mafioso nascondeva i pizzini sotto un masso.

Messina Denaro aveva imposto un sistema rigido alla sua rete di comunicazione. «I pizzini vanno subito distrutti dopo la lettura». E la risposta deve passare attraverso gli stessi «tramiti», entro quindici giorni. 

Quella indagine ha raccontato della forte determinazione nella protezione del boss latitante da parte dei suoi complici i quali pur sapendo che ci sono indagini in corso non temono nulla, «non è che uno si…. impressiona non deve camminare più … se dobbiamo camminare dobbiamo camminare».

L’arrivo dei pizzini del boss Messina Denaro è stato registrato dagli investigatori in diversi momenti del 2102, giugno, ottobre e novembre, e a marzo e giugno 2013, e a febbraio 2014; la partenza dei pizzini per il latitante attorno alla metà di dicembre 2012 e a fine luglio 2013. L’ultimo invio dei pizzini a Matteo Messina Denaro doveva avvenire a fine febbraio 2014, ma la collaborazione di Lorenzo Cimarosa, imprenditore e cugino del latitante, mise fine a tutto. Il boss di Mazara, oggi defunto, Vito Gondola, per conto di Matteo Messina Denaro, fu sentito giudicare Cimarosa, «la sua è una pisciata fora du rinale».

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