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Alcamo | Cronaca

Processo “Broken tank”. Pm chiede assoluzione per meccanico di Alcamo

27 Gennaio 2022 08:40, di Laura Spanò
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Si tratta del procedimento relativo al traffico di mezzi militari venuti alla Somalia

Processo “Broken tank”. Il Pm Claudia Ferrari nel corso della sua requisitoria ha chiesto l'assoluzione per il meccanico alcamese Antonio Ingoglia (difeso dall'avvocato Pietro Riggi) coinvolto nell'inchiesta sul traffico di mezzi militari venduti alla Somalia.

Il processo si svolge innanzi ai giudici della IV Sezione penale del tribunale di Palermo. Il Pm Ferrari ha chiesto per Ingoglia l’assoluzione per non avere commesso il fatto.

Stessa richiesta per l’imprenditore Alessandro Pozzani, residente a San Giovanni Lupatoto, provincia di Verona, assistito dall’avvocato Vittorio Arena di Brescia.

Per altre sei persone: quattro somali, un marocchino, un catanese, sollecitate pene tra due anni e mezzo e tre anni. I reati contestati: associazione a delinquere finalizzata alla violazione dell’embargo di armamenti a favore della Somalia con l’aggravante della trans nazionalità per finalità terroristiche.

L'operazione “Broken tank”, è del 2017.

In quella occasione venne sgominata un’organizzazione criminale specializzata nel trasferire mezzi militari dismessi dall’Italia alla Somalia, senza rimuovere le dotazioni belliche.

Una indagine che portò gli investigatori a scoprire ad Alcamo un’autofficina di contrada Faranna dove sarebbero stati rimessi a nuovo almeno otto autocarri. Il meccanico alcamese Antonio Ingoglia risultò così tra gli otto indagati. Nell'immediatezza del rinvio a giudizio di Ingoglia giusto il suo legale l'avvocato Pietro Riggi affermò che: “Ritengo che il mio assistito ha riparato gli autocarri facendo solo il suo mestiere senza sapere a cosa servissero”.

Dopo le riparazioni ad operare per cercare di portare gli autocarri in Somalia, secondo le indagini, sarebbero stati il gruppo dei cinque extracomunitari. Si tratta del somalo Mohammed Khalifa Sahmed, residente a Torino. Mohamed Said Nasir Abdi residente a Mazara.  Mohamed Abdi Jama residente a San Donato Milanese,  Abdihakim Omar, alias Madahei, nato a Mogadiscio e il marocchino Mustapha Abdellah Ait, residente a Bulciago, provincia di Como.

L’organizzazione operava grazie all’aiuto di una rete di complici, italiani, tra i quali autodemolitori, trasportatori e spedizionieri, attivi in Toscana, Campania, Calabria, Emilia-Romagna e Sicilia. Il gruppo criminale riusciva ad acquistare veicoli dell’Esercito fuori uso e a trasferirli in Somalia, aggirando la normativa italiana che parifica i veicoli militari a materiali di armamento – vietandone la cessione e l’esportazione in assenza di apposite autorizzazioni ministeriali -, e violando le normative internazionali internazionali che hanno disposto l’embargo verso la Somalia.

Secondo quanto accertato nel corso delle indagini, coordinate dal procuratore capo della Dda di Firenze Giuseppe Creazzo e dalla pm Giuseppina Mione, i mezzi trasferiti in Somalia non venivano demilitarizzati, ossia non erano privati delle caratteristiche per essere usati in uno scenario di guerra, come la torretta per il fuciliere, le luci oscurate, le gomme adatte ai terreni impervi e la vernice speciale che li rende invisibili di notte.

Inizialmente venivano caricati su container e poi inviati in Somalia via mare, poi, per eludere i controlli, il gruppo ha cambiato strategia. I mezzi venivano smontati e tagliati in pezzi. Le singole parti venivano poi fatte passare per pezzi di ricambio e spedite, corredate di false fatture o false dichiarazioni di avvenuta bonifica ai fini ambientali, per poi essere montate insieme di nuovo al loro arrivo. In altri casi i veicoli venivano riverniciati per nasconderne la natura militare.

Poiché l’imbarco dall’Italia era diventato sempre più difficile per i controlli, nell’ultimo periodo i malviventi avevano deciso di usare il porto di Anversa in Belgio, dove i veicoli venivano portati via terra a bordo di tir con rimorchi telonati.

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