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Cronaca

Ricordata la figura di GianGiacomo Ciaccio Montalto a 37 anni dall'omicidio per mano mafiosa

25 Gennaio 2020 18:05, di Laura Spanò
Ricordata la figura di GianGiacomo Ciaccio Montalto a 37 anni dall'omicidio per mano mafiosa
Cronaca
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Ricordata la figura di GianGiacomo Ciaccio Montalto a 37 anni dall'omicidio per mano mafiosa Ricordato stamane a 37 anni dall'uccisione il giudice Giangiacomo Ciaccio Montalto. La cerimonia si è svolta presso Villa Margherita nei pressi dell'Albero stilizzato a lui dedicato. Oltre al Sindaco, il Presidente del Tribunale di Trapani, l'Associazione Nazionale Magistrati, Libera e rappresentanti degli studenti e molti cittadini.Trentasette anni fa a Valderice, la mafia uccideva il sostituto procuratore Giangiacomo Ciaccio Montalto. Cosa Nostra lo colpì in un momento particolare della vita del magistrato: si muoveva senza scorta e nei suoi confronti c’era un isolamento che nasceva dalle divisioni in Procura, e poi il suo prossimo trasferimento a Firenze. Per il suo omicidio sono stati condannati come mandanti, Totò Riina e Mariano Agate. Il padrino di Mazara fece girare la voce sull’imminente delitto del magistrato, era l’agosto dell’82 - “Ciaccinu arrivau a stazione” andò dicendo, passando davanti alle celle del carcere dov’era rinchiuso. Era sera inoltrata quel 25 gennaio dell’83 a Valderice. Ciaccio Montalto aveva 41 anni quando fu ammazzato: il suo corpo fu trovato solo la mattina dopo, quando qualcuno lanciò l’allarme. Era il periodo in cui a Trapani si sosteneva che la mafia non esisteva, ma Ciaccio Montalto aveva invece incluso la presenza di Cosa Nostra in tanti indagini. Montalto è stato ammazzato per avere toccato il clan Riina. Fu suo, uno dei primi provvedimenti di arresto che colpirono Gaetano Riina, detto “u nano”, fratello di “Totò u curtu”. Montalto seppe intuire la centralità del ruolo svolto dal territorio trapanese nella ramificazione mafiosa siciliana e internazionale. La strada tracciata da Ciaccio Montalto è quella che oggi viene ancora seguita dalle forze dell’ordine, “il sequestro e le confische dei beni, per recidere i collettori che rendono ancora redditizio lo svolgimento di talune attività imprenditoriali messe al servizio del latitante Matteo Messina Denaro”. E lui per primo era arrivato a mettere le mani su alcuni beni mafiosi. Quella con cui aveva a che fare il magistrato era la stessa mafia di oggi: la mafia che non spara più ma sa bene inquinare.

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