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Fragnelli: "Nel distacco, la fecondità di un nuovo inizio"

20 Dicembre 2013 21:02, di Redazione
Fragnelli: "Nel distacco, la fecondità di un nuovo inizio"
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Il vescovo Pietro Maria Fragnelli ha concluso, da qualche giorno, le sue visite nel territorio della Diocesi e si appresta a vivere il suo primo Natale a Trapani. Lo abbiamo incontrato per un'intervista, concessa in esclusiva al nostro giornale, con la quale abbiamo provato a mettere a fuoco meglio alcuni temi legati alla sua azione pastorale. Monsignor Fragnelli, come è nata la sua vocazione e come è stato il suo percorso da sacerdote, prima, e da vescovo poi? La mia famiglia è stata per me un modello di vita cristiana vissuta, i miei genitori mi hanno nutrito con la preghiera e con il senso del futuro, un futuro che è sempre stato presente, che si costruiva insieme, di cui eravamo tutti corresponsabili, noi figli e loro. Devo ai miei anche il senso civico: sia mio padre sia mia madre si sono sempre impegnati per il bene comune nel piccolo centro in cui vivevamo. Credo che sia stato più facile, per me, in questo contesto, accogliere la voce del Signore. Questi elementi che ho sperimentato in famiglia me li sono ritrovati e li ho portati con me anche da sacerdote e da vescovo, con l'idea che dovevo dare pane vero alla gente, educare ma partendo dall'esempio. Per me il senso del ministero sacerdotale ed episcopale è quello di un ministero di "fatica", di servizio e di preghiera continuamente collegati all'esperienza eucaristica che è il cuore del dono ricevuto e del dono da fare agli altri. Da pochi giorni lei ha concluso le sue visite nei centri della Diocesi, ha incontrato i laici dell'associazionismo cattolico, quali sono state le sensazioni e le indicazioni che ha tratto da questi incontri? Ho capito che il primo desiderio tra coloro che ho incontrato è quello di essere ascoltati. Questo bisogno si traduce poi in una richiesta di aiuto nel fare discernimento, nel cercare di capire veramente cosa è davvero il bene comune. E poi, ho colto un desiderio di purificazione: a volte nessuno ha il coraggio di cominciare a tagliare i rami secchi, le cose che - alla lunga - si rivelano dannose. Infine, un aiuto alla riforma del percorso perchè si possa andare verso l'idea del mosaico e non verso quella di un policentrismo senza senso che finisce per togliere vigore alle comunità così come alle associazioni. Eccellenza, arrivando a Trapani lei ha scelto di incontrare il suo popolo cominciando dagli ultimi: migranti, malati e disabili, carcerati. Cosa pensa che la Chiesa trapanese possa fare per queste persone? Innanzi tutto, io ho cercato non tanto di dare un segno, quanto piuttosto di vivere una dimensione che la vita mi ha donato, che mi appartiene e cioè quella che gli ultimi sono sempre la via più breve per arrivare all'umanizzazione, sia in famiglia, che tra amici e nel contesto sociale ed ecclesiale. Io non credo di avere il compito di cominciare attività a favore di queste persone ma di sostenerle, di incoraggiarle, di individuare - e già ne sono emerse tante nei miei incontri - le persone che sono al servizio degli ultimi. Coloro che sono più fragili nella comunità sono anche coloro che hanno, invece, una forza di rinnovamento che tutti conosciamo già dal punto di vista antropologico ma, in una logica di fede, ancor di più: è il Signore che ci dice "chi accoglie uno di questi accoglie me". E' a partire da loro, io penso, che noi possiamo creare sentieri di rinnovamento e di speranza. Monsignor Fragnelli, cosa ha chiesto - o chiederà - al clero della Diocesi di Trapani? Intanto ho chiesto, e ho ottenuto, una grande esperienza di dialogo interpersonale: parlarsi a tu per tu e nei contesti in cui i fratelli sacerdoti vivono - spesso faticosi, pesanti - ha significato dare già un colpo d'ala a quello che può essere il dialogo tra il vescovo e i suoi presbiteri. Io mi sento veramente collocato in una condizione di paternità e, nello stesso tempo, di fratello più piccolo che è andato a ricevere il dono della testimonianza di vita vissuta. Sempre di più sono convinto di dover chiedere a loro e testimoniare a loro che noi siamo uomini del santo e non del sacro. Una distinzione che può sembrare scontata ma che non lo è, nella misura in cui percepiamo la difficoltà dell'epoca contemporanea a vivere in modo corretto il sacro proprio perchè, spesso, si è allontanata dal santo. Dobbiamo diventare sempre di più uomini della Parola di Dio, uomini che sono al servizio della comunità e che scoraggiano ogni tentativo e ogni forma di servirsi della comunità - in qualunque logica - e capaci anche di dare la vita per questo. Quali sono, secondo lei, in una contingenza, sociale, economica e valoriale difficile come quella attuale, gli strumenti e le azioni pastorali che possono risultare più efficaci? La prima cosa da fare è ridefinire il nostro modello di sviluppo, noi siamo allo stesso tempo protagonisti e vittime di questo modello che va morendo ma nessuno sembra prenderne realmente sul serio i risvolti. E' come se stessimo sull'orlo del precipizio e l'unica cosa che facciamo è quella di accelerare percorsi di individualismo; sembra che anche le nuove legislazioni debbano essere al servizio di una libertà individuale sempre più parossistica. Questo atteggiamento lo troviamo anche nei confronti dell'uso dei beni comuni, della natura, del territorio: l'individuo è posto a parametro assoluto e questo è, sicuramente, un modello di civiltà mortale, dobbiamo prenderne coscienza. Questo può avvenire solo dal basso. Il ruolo della Chiesa, in questo contesto, è di alimentare un senso forte della dignità della persona. Il Papa dice che dobbiamo andare verso le periferie perchè lì ci sono dei tesori - che sono le persone - e ciascuna di loro ha un valore enorme. Contemporaneamente, però, dobbiamo andare verso il cuore dell'esperienza cristiana, continuamente ritrovare la sorgente della presenza di Dio e dell'esperienza comunitaria vissuta. Noi cristiani abbiamo la responsabilità civile e storica di dimostrare con l'esempio, con il vissuto, che si può vivere insieme e non facendo esperienze di "convivenze" interessate e a tempo determinato. La sapienza, nelle relazioni umane, è questa: la consapevolezza che esse si plasmano, si modellano proprio quando hanno il senso della durata. Eccellenza, qual è il suo atteggiamento nei confronti della Politica? Lei, a breve, incontrerà gli amministratori locali della Diocesi, che tipo di dialogo intende avviare? Mi auguro, soprattutto, che sia un dialogo franco e che tenga presenti alcune cose importanti: innanzi tutto che la causa del vangelo e la causa di ogni comunità amministrata non coincidono, non sono la stessa cosa. Non possiamo permettere che la cosa pubblica utilizzi la cosa religiosa per i propri fini e neanche, viceversa, che la cosa religiosa utilizzi la cosa pubblica per interessi di parte, per privilegi. E' una distinzione importante che diventa feconda quando il vescovo, e l'intera comunità comunità cristiana, sono capaci di un incoraggiamento costante per chi opera per il bene comune, a qualunque bandiera appartenga e dovunque si trovi. Questo aiuto al discernimento del bene comune credo che sia necessario farlo. Una volta si parlava di partecipazione ma oggi, spesso, questa viene intesa "come entrare tutti sulla palla" per averne, però, dei benefici di parte. In questo senso la Chiesa ha un ruolo unico, quello di non essere tra coloro che devono giocare la palla - non abbiamo un ruolo politico diretto - ma l'arbitro spirituale che dica il senso ultimo di questo sport, che è la ricerca del bene comune. Un vescovo che desidera il dialogo chiede alle diverse realtà politiche del territorio di uscire dalla propria autoreferenzialità, come ho detto tutte le volte che ho incontrato i consessi civici dei comuni della Diocesi. In uno dei suoi discorsi pubblici le ha detto: "C'è una radice cristiana che è feconda e che va consegnata alle giovani generazioni". Cosa crede si attendano i giovani della Diocesi di Trapani dal vescovo Fragnelli? Io penso che i giovani si attendano da me, e da tutta la comunità cristiana, un accompagnamento per "varcare gli oceani" che, a volte, sono reali, altre volte sono virtuali. I giovani sono i protagonisti di questa voglia di comunione, di contatto e noi dobbiamo accompagnarli nei processi culturali, nelle esperienze sociali e nella dimensione spirituale. Sono convinto anche che i giovani, dal vescovo e dalle guide spirituali della nostra comunità, si attendano un aiuto a risalire i secoli, cioè a vivere un percorso virtuoso di risalita verso l'origine del Cristianesimo e le tappe dell'esperienza cristiana nella Storia. La consapevolezza storica della nostra identità cristiana non può che renderci più sereni, più fiduciosi e anche più "provocati" a vivere l'esperienza cristiana dell'oggi. La Diocesi di Trapani ha un patrimonio di beni culturali che va salvaguardato e valorizzato, come già si è cominciato a fare negli anni scorsi: penso all'Archivio storico, alla Biblioteca, al Museo. Ha già degli orientamenti in proposito? Vorrei dire un grazie a tutti coloro che hanno, fino ad oggi, operato in questo campo. Il mio compito, il mio desiderio, è quello di continuare ad alimentare, con iniziative adeguate, la crescita di una coscienza nei confronti di questi beni. Questo deve avvenire a diversi livelli: dalle persone più semplici che frequentano le nostre chiese a coloro che sono chiamati sia a fruire che a conservare questo tipo di beni. Ma oltre alla coscienza culturale, credo sia importante stimolare una coscienza spirituale dei beni culturali. Un bene artistico, culturale, non nasce mai dalla semplice osservazione di ciò che ci circonda ma è sempre esperienza del bello, di uno stupore profondo che ha le sue radici nell'ispirazione, diremmo. Chi viene in contatto con questo mondo, quindi, va stimolato ad una percezione profonda per continuare anche oggi a realizzare percorsi di bellezza, quel bello che è strutturalmente anche bontà e santità. Sono convinto che non dobbiamo limitarci ad una semplice riproposta di cose interessanti o curiose ma offrire percorsi anche di guarigione e di redenzione: la bellezza salva. Il vescovo Fragnelli ha nostalgia di qualcosa in particolare tra quelle che ha lasciato, nella sua Puglia, per venire a Trapani? Dicono i Brasiliani che la nostalgia è quando il "cuore sta fuori posto". Il mio cuore, invece, è qui a Trapani, non più a Castellaneta; non sta più neanche con la mia famiglia. Vorrei essere capito: il sentirmi al mio posto nella realtà che il Signore mi ha consegnato mi fa guardare a quella da cui provengo con un sentimento di gratitudine, non di rimpianto. A Castellaneta sono stato amato e accompagnato da tante persone e questa mia gratitudine si traduce in una disponibilità ad accompagnarli ancora con la preghiera, a seguirli. Certo non posso più farlo allo stesso modo che in passato. Mi "mancano" soprattutto quelle realtà che hanno preso il via durante la mia permanenza ma sono cose che sicuramente ogni persona che vive in quel territorio, con disponibilità e dedizione, può far fiorire. A Castellaneta ho conosciuto tanti volti e tante rughe ma anche tanti sguardi proiettati verso il futuro: ora io non sarò più l'accompagnatore diretto di queste realtà ma sicuramente il Signore non li abbandona perchè lui è il Buon Pastore che non lascia il suo gregge. In particolare il mio pensiero va a quei percorsi di impegno civile e religioso che avevo avviato: sono sicuro che le persone che hanno cominciato a camminare con me non si disperderanno. D'altro canto, l'esperienza di dieci anni come vescovo mi ha dato competenze nuove, per cui arrivo a Trapani anche grazie a quello che lì ho ricevuto e che spero di poter valorizzare nel cammino che vivo qui. Non ultima, vivo la prospettiva della fecondità che nasce dal distacco, cioè dal rinunciare a possedere anche i risultati di ciò che si è seminato. Credo che sia un'esperienza umana e cristiana di grande importanza. Me lo sono detto tante volte nei giorni in cui è arrivata la nomina a vescovo di Trapani (sorride ndr) e l'ho detto anche alle persone a me più vicine. Il distacco ci mette nelle condizioni di vincere tutte le incrostazioni possibili, perchè, sempre, l'esperienza umana ti porta ad accumulare non solo un senso di possesso dei risultati ma anche una serie di incrostazioni dalle quali, se il Signore ti libera, devi dire grazie. Cosa le piace di più tra le cose che ha trovato a Trapani? Nel cartello che accoglie in città i turisti c'è scritto "Trapani città del sale e della vela". Il sale rimanda al valore del gusto e la vela a quello della navigazione e dello stupore del mare. Queste sono due dimesioni che qui sono profondamente presenti e vissute. Mi auguro di farle mie sempre di più e di rilanciarle a partire dal Vangelo. Il Signore ci ha detto una cosa molto importante e molto bella sul sale - "voi siete il sale della terra" - e, quindi, una città che sa trasmettere la sapienza, il gusto della vita perchè ha imparato ad attingerlo, non solo dalle nostre saline ma dall'esperienza umana illuminata dalla fede, sarebbe, per me, un grande motivo di gioia. Dall'altro lato la vela mi fa pensare ad una città - e a una Diocesi - che si sente in cammino, che conosce le fatiche e anche le cadute che, a volte, questo comporta ma che è sempre pronta a rialzarsi e andare verso nuovi orizzonti".

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