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Cronaca
Trapani

Processo Altamirano, sentiti due testimoni della difesa

27 Maggio 2016 19:46, di Ornella Fulco
Processo Altamirano, sentiti due testimoni della difesa
Cronaca
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Nuova udienza, stamane, davanti alla Corte d'Assise di Trapani, del processo a carico di Aminta Altamirano Guerrero. La 34enne di origine messicana, all’epoca dei fatti residente ad Alcamo, è accusata di aver provocato la morte del figlioletto di cinque anni con una overdose di Laroxyl, un farmaco antidepressivo che le era stato prescritto. A sedere sul banco dei testimoni sono state due donne, Bozena Babieczko, una cameriera di origine polacca che fu collega di lavoro di Enzo Renda, il padre del bambino, quando questo lavorava come pizzaiolo presso un ristorante alcamese, e Maria Evola, moglie di un cugino di Renda, con la quale Aminta Altamirano aveva un rapporto di amicizia e di frequentazione pressoché quotidiana. Bozena Babieczko ha riferito di aver assistito a discussioni tra Enzo Renda e la compagna e di aver ricevuto da quest'ultima alcune confidenze sulle problematicità del loro rapporto. La donna ha anche riferito che Renda aveva l'abitudine di bere sul lavoro e che questo influiva negativamente sul suo rendimento e anche sul giro di affari del ristorante. "Beveva il vino sfuso che tenevamo in cucina come se fosse acqua - ha detto - poi barcollava e non riusciva a fare bene il suo lavoro. Per questo motivo ebbe anche una discussione con il titolare davanti a noi del personale". La cameriera ha anche riferito di essere stata messa a conoscenza da Aminta Altamirano Guerrero dei dissidi con la famiglia del compagno da cui, fin da quando si era trasferita a vivere ad Alcamo, non si era sentita accettata in quanto straniera. Ad essere sentita dalla Corte è stata poi Maria Evola che ha fornito una testimonianza piuttosto lunga e dettagliata rispondendo alle domande degli avvocati Baldassare Lauria e Caterina Gruppuso, legali della difesa, del pubblico ministero Sara Morri, dell'avvocato di parte civile, Pietro Vitiello, e del presidente Angelo Pellino. La donna ha ripercorso le fasi della sua conoscenza con Aminta Altamirano Guerrero avviatasi nel 2008 quando la messicana arrivò per la prima volta ad Alcamo con Renda per conoscere i suoi familiari. "Li inviai a cena, dato che Enzo è cugino di mio marito - ha detto - e poi loro ripartirono. Tempo dopo Aminta mi scrisse via mail che era incinta e poi ci inviò una foto di lei con Lorenz e il compagno. Successivamente ricevemmo la partecipazione del battesimo che si sarebbe svolto il 26 dicembre 2009 in Messico. Non potemmo andare sia per il costo del viaggio, non indifferente, sia per altre nostre questioni familiari ma la cosa che mi meravigliò fu che, proprio quel giorno, vidi Enzo Renda affacciato al balcone dell'abitazione dei suoi genitori. Io pensavo che avrebbe dovuto essere in Messico per stare con suo figlio e con la compagna in un'occasione così importante". Maria Evola ha raccontato di essere stata messa a parte da Aminta Altamirano Guerrero dei problemi con la famiglia di Enzo Renda, presso la cui abitazione, inizialmente, vivevano. Anche per questo motivo la messicana prese in affitto un'abitazione per sè e il figlioletto mentre il compagno lavorava fuori Alcamo. "Mi accorsi - ha riferito Evola - che spesso non aveva soldi per far fronte alle esigenze sue e del bambino, lei non chiedeva mai nulla, era umile e dignitosa, ma io presi a darle, ogni volta che veniva a trovarmi, qualcosa di quello che cucinavo perchè lo consumasse con il bambino a pranzo o a cena quando tornava a casa". La donna ha anche riferito di aver provato più volte a far presente lo stato di disagio in cui madre e figlioletto si trovavano alla famiglia di Enzo Renda e anche a lui stesso, senza ottenere alcun risultato. "Una volta Enzo venne a casa nostra, su invito di mio marito, ma appena io provai a prendere il discorso di Aminta se ne andò via senza darmi il tempo di parlargli. Un'altra volta riuscii a rintracciare al telefono la moglie del fratello di Enzo, Roberto, la quale mi rispose che loro non avevano voglia di parlare con noi e mi chiuse il telefono in faccia. Da allora non li ho più cercati ma ho continuato ad aiutare come potevo, anche dandole dei soldi, Aminta e Lorenz". Maria Evola ha anche riferito che il piccolo avvertiva l'ostilità della famiglia Renda e che le disse che i cuginetti non lo volevano e lo chiamavano "indios". Come già riferito dalle maestre e da altri testimoni, anche Evola ha descritto Lorenz come un bambino intelligente, acuto, capace di fare molte cose per la sua età e ha riferito anche dei problemi di salute del piccolo di cui era a conoscenza: "soffriva di allergie, aveva spesso la bronchite e problemi di respirazione e Aminta lo portava all'ospedale a Trapani per farlo controllare". Anche la messicana, d'altro canto, aveva problemi di salute - ha ricordato la testimone, "dimagriva a vista d'occhio, non aveva appetito, non riusciva a dormire. Il medico le prescrisse delle vitamine e fui io a darle i soldi per comprarle". A precisa domanda dell'avvocato Lauria, Maria Evola ha escluso che Aminta Altamirano Guerrero avesse mai manifestato l'intenzione di suicidarsi. "Diceva che voleva tornare in Messico ed io le dissi che l'avremmo aiutata a trovare il denaro necessario, ma c'era il problema del consenso che Enzo Renda doveva dare per l'espatrio del figlio". Firma che solo molto tempo dopo il pizzaiolo si decise a rilasciare perchè il passaporto del piccolo fosse in regola. Poi la morte del bambino. "Quando arrivai nella casa di via Amendola, trovai Aminta in ginocchio sul lettino dove giaceva morto Lorenz, lo abbracciava e non voleva separarsene. In casa c'erano già i poliziotti ed io, quando mi spostai nella cucina, vidi un agente che scriveva su un computer portatile e sulla tavola una scatolina di cartone con dentro un flacone di medicinale. Stavo per prenderlo in mano, dato che Aminta mi aveva detto che Lorenz doveva averne bevuto il contenuto e che era morto per questo, ma mi fu detto di non toccarlo e così feci". Aminta Altamirano Guerrero fu poi condotta da personale del locale Commissariato al Pronto Soccorso dell'ospedale "San Vito e Santo Spirito" e, successivamente, negli uffici della Polizia. "Intorno alle 2 di notte - ha ricordato Evola - mi chiamarono e mi dissero che Aminta aveva chiesto che mi informassero che la stavano trasferendo in carcere a Trapani. Mi crollò il mondo addosso". La donna ha detto di aver notato che Aminta aveva problemi di sonnolenza durante il giorno, come testimoniato dalla stessa imputata e confermato dai periti di parte, a causa dei farmaci che le erano stati prescritti per curare il disturbo depressivo diagnosticatole alcuni mesi prima. "Una volta - ha detto - crollò nel sonno sul divano di casa mia e dormì profondamente dalle 10 alle 12. Io le dissi che forse c'era qualcosa che non andava nelle dosi e che ne doveva parlare al medico. Le dissi anche che se dormiva così profondamente anche durante la notte non sarebbe stata in grado di accorgersi di un eventuale malessere del figlioletto. In casa erano solo loro due". Maria Evola ha anche confermato quanto emerso da altre testimonianze e cioè che il bambino era al corrente dei disturbi della madre e che diceva che le "gocce servivano per farla sorridere". La donna ha anche riferito di aver ricevuto, la sera del 13 luglio, un sms sul suo cellulare - di cui, però, si accorse solo dopo due giorni (ndr. l'indomani mattina Lorenz venne trovato morto) in cui Aminta Altamirano Guerrero le scriveva di essere triste dopo l'ennesima discussione telefonica col compagno, nel frattempo trasferitosi a lavorare in Germania, di cui sospettava un tradimento. Il messaggio si concludeva con la frase "Io volo e Lorenz con me" ed è anche su questo elemento che la Procura punta per suffragare l'accusa di omicidio. Maria Evola ha spiegato che quel modo di dire Aminta lo aveva imparato proprio da lei che, a proposito dell'abitudine della messicana di spostarsi, anche per lunghe distanze, a piedi, soleva dirle che era "come un uccello che vola di qua e di là". "Anche se lo avessi visto la sera in cui me lo ha inviato - ha precisato Evola rispondendo anche ad un rilevo del pm - non gli avrei dato un senso preoccupante, era solo un modo per dire che usciva a fare una passeggiata". In effetti, la sera del 13 luglio Giuseppe Calvaruso, marito della Evola, incontrò casualmente per strada la donna e il bambino. In quell'occasione Aminta gli disse più o meno le stesse frasi che poi sono state trovate nel messaggio inviato. L'udienza si è conclusa con la richiesta, da parte dei legali della difesa, di acquisire agli atti del processo un'agenda appartenente all'imputata che fu sequestrata dalla Polizia nell'abitazione della donna. Il processo proseguirà il prossimo 1 giugno.

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