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Cronaca

Si chiama "Signal For Help", ma chi lo interpreta deve sapere bene cosa fare e non fare [VIDEO]

19 Marzo 2021 10:37, di Laura Spanò
Si chiama "Signal For Help", ma chi lo interpreta deve sapere bene cosa fare e non fare [VIDEO]
Cronaca
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Il video della donna alla finestra che abbiamo ricevuto tutti su Whatsapp in questi giorni è già finito su Tik Tok, trasformato in meme. Segno che qualsiasi cosa transiti sui social, finisce per diventare qualcos’altro, in una metamorfosi di cui alla fine si perde l’origine. Ma anche il senso.Quando un anno fa i vari paesi del mondo a causa del Covid/19, cominciarono ad introdurre le restrizioni per contenere il virus, una fondazione canadese femminista, che lavora contro la violenza domestica e di genere propose “Signal For Help”. Si tratta di un gesto della mano per segnalare in modo silenzioso un abuso e quindi chiedere aiuto, anche in presenza dell'aggressore.  
Con le ulteriori chiusure decise in questi ultimi mesi per rallentare la diffusione delle varianti del coronavirus, “Signal For Help” si sta diffondendo, iniziando ad essere riconosciuto come un segnale internazionale. Molti movimenti, associazioni, giornali sono tornati – anche in Italia, grazie a Gengle Onlus – a spiegare di che cosa si tratta: per renderlo il più possibile riconoscibile e utilizzato. C’è però una cosa fondamentale da tener presente: per affrontare la violenza sulle donne ci vuole sempre competenza. E non si può improvvisare.
Diversi dati confermano che le restrizioni hanno segnato un aumento delle violenze domestiche, e i tantissimi interventi effettuati nella sola provincia di Trapani dalle forze dell'ordine lo dimostrano. Sono dati allarmanti e che devono fare riflettere. Oggi giorno infatti c'è una nuova richiesta d'aiuto da parte di una moglie, compagna, fidanzata o ex, figlia o semplicemente donna di cui l'aggressore si è invaghito.
Essere costrette a restare a casa e a condividere costantemente lo spazio con i propri aggressori ha creato circostanze tali da compromettere ulteriormente l’incolumità delle donne e non solo di queste, rendendo anche più difficile chiedere aiuto: non solo perché con l’isolamento nelle case sono venute a mancare le relazioni sociali, cioè un fattore protettivo contro la violenza domestica, ma anche perché la costante presenza del partner rende impossibile per le vittime parlare liberamente al telefono.
A partire da questa consapevolezza, lo scorso aprile, Canadian Women’s Foundation ha lanciato   “Signal For Help”, un gesto (lo trovate nella foto rappresentato)  che può aiutare alcune persone a comunicare silenziosamente che hanno bisogno di supporto. Il segnale può essere fatto durante una videochiamata o quando ad esempio si apre la porta di casa per ricevere un pacco.
Il gesto consiste nel piegare verso il palmo della mano il pollice tenendo le altre quattro dita in alto e poi chiuderle a pugno.
In italia non esiste un codice di auto-mutuo-aiuto contro la violenza domestica, ma non si può prendere a prestito questo senza creargli una struttura intorno. Nel Regno Unito e negli Stati Uniti ne è stato messo a punto uno contro le molestie nei bar: per segnalare un pericolo al personale, basta chiedere se Angela è presente (la campagna si chiama “Ask For Angela”). In Francia, dal 2015, è possibile disegnare un punto nero sul palmo della mano, mentre in Belgio e in Spagna, durante la pandemia, è stato creato un codice per chiedere sostegno in farmacia: basta chiedere una “mascherina 19” (in spagnolo “mascarilla 19”, in francese “masque 19”). Tutti questi segnali in codice attivano una serie di procedure riconosciute. In Italia sembra ci venga più facile attivare il codice dell’ironia sui social, come se sulla violenza ci fosse da ridere. Ciò che funziona nel concreto, invece, è la rete dei Centri anti violenza. Contro l’improvvisazione e la superficialità dei social network, nel nostro Paese, che vanta leggi a tutela delle donna maltrattate tra le più avanzate al mondo, si punta su competenza e preparazione.
La tentazione di divulgare il video è forte. Ma combattere l’indifferenza è un’altra cosa. Come riporta il sito donnamoderna.com - a cura di Barbara Racchetti «Occorre dare ascolto alle donne ma non in questo modo così superficiale e passibile di equivoci». L’avvocatessa Anna Di Mauro,  presidente dell’Associazione Donne Giuriste Italia Sezione di Caserta, ci fa riflettere a partire dal gesto: «È un segnale che, così simile a un saluto, si può facilmente equivocare. Cosa succederebbe se si segnalasse, anche in buona fede, una violenza inesistente? Il rischio di errore e false denunce è molto alto. Il segnale insomma potrebbe gettare ombre sulle persone: da chi parte? Come verificarne la veridicità? L’Italia non è ancora culturalmente preparata, questi messaggi diventerebbero subito preda di mitomani. Per non parlare poi di chi vuole intenzionalmente calunniare qualcuno, strumentalizzando magari una violenza che non esiste. Sono frequenti, per esempio, le false denunce contro uomini per sottrarre loro i figli». Un fenomeno, questo, da cui però prende le distanze l'avvocatessa Manuela Ulivi, presidente del Cadmi (Casa di accoglienza delle donne maltrattate di Milano) e coordinatrice delle avvocate di D.I.R.E. «Purtroppo si assiste al fenomeno opposto, cioè uomini che procurano false denunce contro le donne: succede quando un procedimento in cui le donne denunciano si arena prima di arrivare al dibattimento, perché la donna non è ritenuta attendibile o mancano i testimoni. E a questo punto gli uomini si accaniscono sui figli per "punire" le mogli. Ovvio che in questo clima le donne denuncino sempre meno».

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