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Coordinamento per la Pace: "Hotspot di Milo, ritorno al passato"

27 Dicembre 2015 11:05, di Niki Mazzara
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Ricorrerà domani il 16° anniversario del rogo del "Serraino Vulpitta", quello che al tempo era un Centro di permanenza temporanea per extracomunitari,...

Ricorrerà domani il 16° anniversario del rogo del "Serraino Vulpitta", quello che al tempo era un Centro di permanenza temporanea per extracomunitari, nel quale perirono sei giovani di origine tunisina che vi erano trattenuti. La data viene sottolineata anche quest'anno dal Coordinamento per la pace di Trapani che, in una nota diffusa alla stampa, si mostra critico nei confronti della recente istituzione dell'Hotspot nell'ex Cie di contrada Milo. "Il governo italiano - si legge nel documento - ubbidendo acriticamente, come sempre, alle direttive di Bruxelles, torna a scommettere su questo territorio per convertire l'ex CIE trapanese in un Hotspot. Evidentemente gli scandali, le inchieste, la condanna per reati sessuali del prete che teneva in mano le redini della cosiddetta accoglienza in questa provincia non sono bastate a escludere Trapani da un nuovo, perverso meccanismo di segregazione istituzionale". "Il centro di Milo - prosegue la nota del Coordinamento per la Pace - funzionerà come un enorme campo di smistamento in cui sarà deciso il destino di donne e uomini arbitrariamente divisi tra migranti economici e potenziali richiedenti asilo. Le numerose testimonianze delle persone recluse nell'Hotspot di Lampedusa sono molto chiare: poliziotti italiani ed europei, funzionari di Frontex e dell'Europol fanno firmare un questionario, senza alcuna traduzione, ai migranti appena sbarcati per stabilire se sono migranti "economici" oppure migranti meritevoli di protezione umanitaria. In molti casi, il solo criterio utilizzato è il Paese di provenienza. Poi, come caldamente raccomandato dalla Commissione europea, si procede alla rilevazione - anche con la forza - delle impronte digitali. I migranti considerati economici vanno espulsi. Se non è subito possibile, gli viene dato un pezzo di carta con l'intimazione a lasciare l'Italia entro 7 giorni. In pratica, vengono trasformati in clandestini: buttati in mezzo a una strada, ricattabili, senza diritti. Un ritorno al passato che ci riporta indietro di dieci anni, quando dai CIE italiani uscivano immigrati senza documenti, costretti alla clandestinità. I migranti considerati, invece, dei rifugiati vengono identificati, trattenuti in attesa della "ricollocazione", e introdotti nell'estenuante procedura per il riconoscimento del diritto d'asilo. Ma a causa del regolamento di Dublino, al profugo viene impedito di andare nel paese realmente desiderato, ed è per questo che molti di loro si rifiutano di fornire le impronte digitali nell'Hotspot di arrivo". Secondo gli aderenti al Coordinamento per la Pace la "differenza di status tra chi viene in Europa per lavorare e chi scappa dalle bombe o dall'Isis è una distinzione odiosa e priva di alcun senso" e "con l'istituzione degli Hotspot l'Unione europea sceglie, ancora una volta, la strada della repressione e della discriminazione".

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