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Cronaca

Colpo alla mafia dei Nebrodi. Ben 94 arresti, sequestrate 151 aziende agricole

15 Gennaio 2020 11:41, di Laura Spanò
Colpo alla mafia dei Nebrodi. Ben 94 arresti, sequestrate 151 aziende agricole
Cronaca
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Una maxi operazione antimafia denominata “Nebrodi” ha interessato all’alba di oggi la provincia di Messina.Oltre mille uomini tra carabinieri e finanzieri hanno eseguito nella notte una ordinanza di custodia cautelare firmata dal gip Salvatore Mastroeni, quasi duemila pagine, frutto di una indagine della Distrettuale antimafia di Messina coordinata dal procuratore capo Maurizio De Lucia.
Gli arrestati sono 94, per 48 in carcere per altri 46 gli arresti domiciliari. Sequestrate ben 151 imprese agricole, oltre a conti correnti, rapporti finanziari e vari cespiti. Il blitz è stato effettuato dai carabinieri del Ros, del comando provinciale di Messina e del Nucleo tutela agroalimentare di Salerno, dai finanzieri del comando provinciale di Messina. Con la collaborazione dei loro colleghi di Palermo, Catania, Enna e Caltanissetta. Gli indagati dell’inchiesta “Nebrodi” sono in tutto 194.
Non ci sono solo esponenti mafiosi del gruppo dei Batanesi e del clan Bontempo Scavo, ma anche colletti bianchi, tra cui un notaio, e funzionari pubblici che gestivano i contributi agricoli, oltre ad una serie infinita di intestatari fittizi dei terreni, che in realtà erano sempre “governati” dai mafiosi. I reati contestati, a vario titolo vanno dall’associazione a delinquere di stampo mafioso, concorso esterno all’associazione mafiosa, danneggiamento seguito da incendio, l’uso di sigilli e strumenti contraffatti, la falsità materiale commessa da pubblico ufficiale in atto pubblico, la falsità ideologica commessa da pubblico ufficiale in atto pubblico, il trasferimento fraudolento di valori, l’estorsione, la truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche l’impiego di denaro, beni ed utilità di provenienza illecita.
L’indagine è stata suddivisa in due tronconi principali. Quella gestita dai carabinieri del Ros  ha consentito di ricostruire l’attuale assetto e la “gestione del territorio” dello storico clan dei Batanesi, diretto da Sebastiano Bontempo “u uappo”, Sebastiano Bontempo “u biondino”, Sebastiano Conti Mica, e Vincenzo Galati Giordano. Gruppo mafioso nato nella zona di Tortorici ma che negli ultimi anni aveva allargato la sua rete di cointeressenze, anche nel traffico di droga, in larga parte della provincia di Messina.
L’altro filone d’indagine gestito dalla guardia di finanza, si è concentrato su una costola del clan tortoriciano dei Bontempo Scavo, al cui vertice c’era  Salvatore Aurelio Faranda, che nel corso del tempo era riuscito ad estendere il centro dei propri interessi fino al Calatino.
L’inchiesta oltre a dimostrare la “rinascita” dei due gruppi ha fatto emergere i loro rapporti con cosa nostra palermitana, e con le famiglie catanesi  e della provincia di Enna. Gli investigatori hanno scoperto che uno dei membri della famiglia mafiosa batanese è stato interpellato da un funzionario della Regione Siciliana per “accomodare” furti e danneggiamenti di un trattore dell’amministrazione regionale, impiegato nell’esecuzione di lavori in una zona addirittura lontana di Tortorici.
Ricostruiti numerosi episodi estorsivi, finalizzati all’accaparramento di terreni, per percepire i contributi comunitari. La principale attività per tutta l’organizzazione mafiosa era l’interesse  ad ottenere gli ingenti contributi comunitari concessi dall’Agenzia per le erogazioni in agricoltura, l’Agea. Il filone di proporzioni milionarie smantellato dalla creazione del “Protocollo Antoci”.
Nel corso delle indagini è stata accertata, a partire dal 2013, l’illecita percezione di erogazioni pubbliche per oltre 10 milioni di euro, con il coinvolgimento  di oltre 150 imprese agricole (società cooperative o ditte individuali), tutte direttamente o indirettamente riconducibili alle due famiglie mafiose, alcune delle quali meramente “cartolari” e totalmente inesistenti nella realtà. Un business reso possibile grazie all’apporto compiacente di colletti bianchi, identificati dalle indagini: si tratta di ex collaboratori dell’Agea, un notaio, e diversi responsabili dei centri di assistenza agricola.
C'è anche un aspetto internazionale dell’inchiesta: in alcuni casi, per fare perdere le tracce del denaro, le somme realizzate con le truffe sono state ricevute dai beneficiari su conti correnti aperti presso banche attive all’estero, e poi fatte rientrare in Italia attraverso complesse e vorticose movimentazioni economiche.

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