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Cronaca
Calatafimi Segesta

Operazione antimafia Ruina. Il "martedì nero" di Calatafimi

16 Dicembre 2020 12:12, di Laura Spanò
Operazione antimafia Ruina. Il "martedì nero" di Calatafimi
Cronaca
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Quella portata a termine a Calatafimi è una operazione antimafia sulla quale non è stata posta dagli investigatori della Squadra Mobile la parola “fine”. Uno degli 007 della Mobile infatti, la definisce solo il “lievito madre”. In ogni caso ha iniziato a minare le basi, disarticolando la famiglia mafiosa della cittadina, non nuova purtroppo a tali operazioni.Calatafimi infatti dai vertici di cosa nostra è stata sempre definita “l'isola felice”, il luogo dove venivano accuditi i latitanti, i boss di prim'ordine a cominciare dal patriarca di Castelvetrano don Ciccio Messina Denaro, che qua soggiornò grazie alla compiacenza di fidati fiancheggiatori, qui è venuto anche il figlio Matteo, e sempre qui furono trovati alcuni latitanti della mafia di Alcamo.
Fu la città scelta anche da Giovanbattista Pullarà, quando fu assegnato al soggiorno obbligato era stato uno degli imputati al primo Maxi Processo celebratosi a Palermo. Il capo della cosca di Santa Maria del Gesu' dopo la sua trionfale uscita dall' Ucciardone, scelse la città di Calatafimi e vi rimase per 14 giorni. Era il 2 marzo del 1991, Pullarà si stava infilando in un bar per un caffè quando due agenti in borghese gli sbarrarono la strada. Signor Pullarà, c' è il questore di Trapani che desidererebbe parlare con lei, la vorrebbe conoscere...si vuole accomodare in macchina? La risposta del boss: Il commendatore ha qualcosa da dirmi? E perché non fare due chiacchiere con lui, tanto oggi io non ho niente da fare. Quella notte furono firmati una cinquantina di mandati di cattura contro gli imputati del maxi processo rimessi in libertà dalla Cassazione, trentaquattro boss rientrarono all' Ucciardone. Tutti gli altri a casa, ma questa volta agli arresti domiciliari.
Qui è passato anche Totuccio Contorno ma non solo.
Erano i primi anni '90 e la provincia di Trapani era bagnata dal sangue di una guerra tra cosche che era appena iniziata. Una guerra che andava da Alcamo a Marsala a Mazara, nel Belice e a Trapani. Ogni giorno c'erano uno o più omicidi. Calatafimi già allora era considerata la zona dove nulla doveva accadere, “ca nun sava fari scruscio” “qua non si deve fare rumore” era il dictat dei vertici di cosa nostra, la zona era stata indicata come luogo sicuro per la latitanza di boss, capidecina e soldati delle famiglie mafiose.
È il 15 gennaio 1993, mentre i Telegiornali internazionali, danno la notizia dell'arresto del supeboss Totò Riina a Palermo, il Ros dei carabinieri che indagavano sulla guerra di mafia di Alcamo ed erano alla ricerca di una delle cinque raffinerie di droga di cui all'epoca si parlava, scovano nelle campagne di Calatafimi cinque uomini affiliati alle cosche di Alcamo: Vincenzo Melodia, Antonino Alcamo, Pietro Interdonato e Vito Orazio Di Liberto. Erano in un casolare di campagna, al suo interno anche il proprietario pure di Calatafimi.
Qui la sera del 15 novembre 2016 è stato trovato anche il boss Domenico Raccuglia, latitante da 15 anni. Il suo nascondiglio era in una palazzina di 4 piani in piento centro storico a pochi metri dalla sede del Comune, anche in questo caso i fiancheggiatori erano di Calatafimi. E non appaia un caso che a proteggere la latitanza del numero due di Cosa Nostra trapanese, quel Vincenzo Sinacori, amico fidato di Matteo Messina Denaro, era pure un calatafimese. Quell'arresto però fu operato in una abitazione di Trapani.
A Calatafimi i Messina Denaro sono di casa ed hanno amici da sempre.
É una mafia quasi arcaica quella scoperta dalla Mobile oggi. Protagonista e al vertice della famiglia mafiosa, Nicolò Pidone, che nel Paese aveva assunto, dopo essere stato scarcerato, il ruolo di persona “ntisa” uno che sa come sbrigare le diatribe, la persona a cui rivolgersi per avere soddisfazione per un torto subito. Un ruolo che nel tempo fu anche di un altro boss di Calatafimi, Cola Scandariato, meglio conosciuto come “u porcu”, reggente della cosca dagli anni '80, dopo l'ascesa ai vertici di cosa nostra di Totò Riina. Ecco Nicolò Pidone ha preso il posto che era vacante essendo Scandariato in carcere così come il figlio Girolamo.
La famiglia mafiosa di Calatafimi, come accertato in più sentenze definitive, ricompresa nel mandamento di Alcamo (unitamente all’omonima famiglia e a quella di Castellammare del Golfo) dopo una temporanea soppressione nella metà degli anni ’70 (allorquando era retta da Peppino La Rosa), era stata ricostituita negli anni ‘80 con l’avvento della nuova gerarchia mafiosa guidata dai corleonesi di Totò Riina, momento a partire dal quale ne aveva assunto la reggenza Nicolò Scandariato. La famiglia mafiosa di Calatafimi aveva avuto un ruolo di primo piano anche nella seconda guerra di mafia, e proprio Cola Scandariato aveva partecipato alla riunione tenutasi a Castellammare del Golfo nel 1992, insieme a Gioacchino Calabrò, Giovanni Brusca e Matteo Messina Denaro, immediatamente dopo l’omicidio di Vincenzo Milazzo, all’epoca capo del mandamento di Alcamo, di cui lo stesso Scandariato aveva curato la latitanza. E' stata accertata negli anni di indagini, la centralità della famiglia di Calatafimi Segesta retta da Scandariato, nella custodia delle armi a disposizione di Cosa nostra trapanese nonché nel supporto agli associati mafiosi che trascorrevano la latitanza in quel territorio.
Nicolò Pidone ha ricreato la “famiglia” e gli accertamenti effettuati dalla polizia dimostrano anche la sua caratura, insomma godeva del rispetto delle altre cosche. Il suo regno: un rudere adiacente la sua masseria in contrada Sasi. “Ruina” il nome dell'operazione, ossia rovina, legato al rudere ma anche al fatto che tutti gli appartenenti oggi coinvolti nell'operazione si sono rovinati partecipandovi.
Alla base dei fermi, alcune esternazioni degli affiliati di volersi dare alla latitanza, nel caso fossero stati attinti dalle indagini e diretti riferimenti a pesanti ritorsioni per punire, a breve, uno degli affiliati, reo di un comportamento non corretto nei confronti del capo della famiglia di Calatafimi.

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