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Alberto Giacomelli «Un uomo perbene»

14 Settembre 2021 08:24, di Laura Spanò
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Oggi 33esimo anniversario

**Aggiornamento** - Stamani, cerimonia in piazzetta Alberto Giacomelli a Trapani in occasione dell'anniversario della morte del Giudice caduto per mano mafiosa nel 1988. «La Città di Trapani non può permettersi il lusso di dimenticare servitori dello Stato come Alberto Giacomelli caduti per la nostra libertà - dichiara il sindaco Tranchida -. Bisogna continuare a ricordare tutte le donne e gli uomini che hanno perso la vita per mano mafiosa perché rappresentano il bene della vita da tramandare alle future generazioni che dal loro esempio possono trarre insegnamento». Il sindaco, infine, ha ribadito la volontà dell'amministrazione di intitolare alle vittime della mafia l'Aula Consiliare di Palazzo Cavarretta.

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Ucciso per avere disposto nel suo ruolo di Presidente della Sezione del Tribunale di Trapani “Misure di Prevenzione”, il sequestro di una casa e di un terreno di proprietà di Gaetano Riina, fratello del boss Salvatore: questo il movente dell'omicidio di Alberto Giacomelli, magistrato vittima di Cosa Nostra.

Quando viene ucciso, Alberto Giacomelli ha 69 anni e non esercita più le funzioni di magistrato; è in pensione da quindici mesi. È una mattina come tante, quella del 14 settembre 1988. L'ex magistrato esce alle 8 dalla casa di Logogrande a bordo della sua Fiat Panda. Attraversa la strada di campagna che costeggia vigneti e uliveti che si affacciano sul mare per poi immettersi sulla provinciale che conduce a Trapani. Probabilmente gli assassini lo costringono a fermarsi e a scendere dall'auto. Tre i colpi sparati, due dei quali colpiscono il giudice alla testa e all'addome causandone la morte.

Per gli investigatori, il suo caso è a lungo un rompicapo, un delitto senza movente. Giacomelli non è un “magistrato d'assalto”, non si è quasi mai occupato di vicende di mafia e conduce una vita tranquilla. In un primo processo, celebrato davanti alla Corte d'Assise di Trapani, per il fatto è condannata una banda di giovani “balordi”, accusati da un (falso) pentito di aver ucciso per vendetta. La “banda” sarà assolta in grado d'appello.

La svolta si verifica anni dopo, con le rivelazioni di un collaboratore di giustizia Vincenzo Sinacori . Giacomelli, dice il collaboratore, è stato ucciso per “una questione di famiglia”. Come scrisse il giornalista del quotidiano trapanese La Sicilia, Rino Giacalone, non “famiglia” nel senso di Cosa Nostra, ma “famiglia di sangue”. Questa la nuova verità: il magistrato nel gennaio del 1985, nella sua qualità di Presidente della sezione per le misure di prevenzione del tribunale di Trapani, aveva confiscato l'abitazione di Gaetano Riina, fratello di Totò, applicando, tra i primi, la legge “Rognoni-La Torre”. Il 9 settembre del 1987 i Rima impugnarono il sequestro e Gaetano cercò di mantenere il possesso del bene facendosene nominare “affidatario”. Ma il tentativo fallì e l'anno successivo Giacomelli fu ucciso. Totò Rima è stato condannato in via definitiva all'ergastolo quale mandante dell'omicidio.

Alberto Giacomelli quel 14 settembre del 1988 risultò per i sicari mafiosi un obiettivo agevole da colpire, di solito si muoveva da solo, e stava molto in campagna. La «strategia» mafiosa contro Giacomelli non si consumò solo col delitto, poi partì la delegittimazione, che nei fatti di mafia secondo un preciso rituale è una costante, colpa di una società dove è facile fare attecchire le fandonie e che è attenta a ciò che è pruriginoso, e così si cominciarono a raccontare episodi, risultati infondati, come la gestione di terreni e di soldi da parte del giudice, quasi che alla fine il colpevole della sua morte fosse stato lui stesso, e poi quando proprio non se ne potè fare a meno venne fatto saltare fuori un (falso) pentito che portò gli inquirenti a prendersela con una banda di balordi. Tante fandonie che misero anche in cirsi, e fecero entrare in contrasto i diversi corpi investigativi che lavoravano sul «caso». Cosa che ovviamente alla mafia torna sempre bene. Il lavoro di indagine dei Carabinieri portò infine in anni recenti alla svolta, se ne scoprirono le ragioni, venne tirato fuori il foglio della sentenza di confisca firmato da Giacomelli e dove c’era scritto a chiare lettere il nome di Gaetano Riina.

Totò Riina è stato condannato in via definitiva all’ergastolo per essere stato il mandante, Vincenzo Virga, capo mafia di Trapani è stato assolto. Chi ha sparato è rimasto indenne, c’è una indicazione del pentito di Paceco Francesco Milazzo. I nomi di chi avrebbe ucciso il giudice Alberto Giacomelli sono scritti tra le otto pagine della sentenza che ha assolto il capo mafia di Trapani Vincenzo Virga. Ciccio Milazzo è l’unico che ne parla, che parla di un «summit» per organizzare il delitto. I nomi sono quelli  di Pietro Armando Bonanno e Francesco Bica, il primo in carcere, il secondo tornato libero. Contro di loro però le parole di un solo pentito non bastano più, in questi 20 anni le leggi sono cambiate, e al solito a giovarne è stata Cosa Nostra.

Alberto Giacomelli è un magistrato all'antica. La passione per la professione gli è stata trasmessa dal padre, anch'egli giudice. Conseguita la laurea in giurisprudenza, nel 1946 assume le funzioni giudiziarie e viene destinato alla Procura della Repubblica di Trapani dove è Sostituto Procuratore fino al 1971, salvo che per i brevi periodi in cui è Pretore a Calatafimi e nella stessa Trapani. Viene poi trasferito al Tribunale di Trapani. Esercita funzioni di Giudice fino all'ottobre del 1978, quando assume quelle di Presidente di sezione ricoperte fino al suo pensionamento. Quando si ritira in campagna ad occuparsi delle terre di cui è proprietario, quasi tutti i trapanesi lo chiamano affettuosamente "U zu Bettu".


 


 


 


 

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