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Matteo Messina Denaro "the end" - Trapani Oggi

Castelvetrano | Cronaca

Matteo Messina Denaro "the end"

27 Settembre 2023 08:03, di Laura Spanò
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Oggi la tumulazione della salma nella tomba di famiglia

In un cimitero blindatissimo, quello di Castelvetrano, oggi si mette la parola "Fine" alla vita terrena di un boss mafioso, un killer spietato, un boss stragista che aveva dichiarato guerra allo Stato, e che non ha esitato ad uccidere persone innocenti facendole saltare in aria con le bombe del 1992 e del 1993, ma anche a scigliere nell'acido, a strangolare o a sparare o fare sparare. Oggi con la tumulazione della sua salma si mette fine alla vita terrena di quello stesso uomo che con i suoi solidali si vantava: «Con le persone che ho ammazzato potrei riempirci un cimitero».

A protezione del perimetro del cimitero già da stanotte polizia, carabinieri, vigili urbani ed altre forze dell'ordine. Tumulazione blindata dunque per il boss “dei due mondi”. Ieri il questore Salvatore La Rosa aveva vietato i funerali anche in forma privata.

Oggi Matteo Messina Denaro non avrà alcun saluto, alcun corteo come avvenne per suo padre il patriarca don Ciccio. Al cimitero solo le sorelle Giovanna e Bice e il fratello Salvatore. Poche le persone comunque quelle viste e un mazzo di rose gialle. La tomba di famiglia ha accoglierà la salma con le spoglie del boss mafioso che ha lasciato ieri l'ospedale de l'Aquila dopo l'autopsia, eseguita dall'anatomo patologo, Cristian D'Ovidio. L'esame è durato più di 4 ore. La salma, appena ricomposta, è stata deposta in una bara di cedro da 1.500 euro e le spoglie traslate con la scorta della polizia penitenziaria e dalle altre forze dell'ordine.Il carro funebre con il feretro, con 3 autisti, ha percorso circa 1.053 chilometri dall'Aquila fino a Castelvetrano.

Trentanni di latitanza e la storia criminale di Matteo Messina Denaro

Classe 1962, è nato il 26 aprile a Castelvetrano, figlio di Francesco e Lorenza Santangelo. Un fratello Salvatore ed una sorella Patrizia, finiti in prigione in una operazione antimafia effettuata nel dicembre 2013, la sorella Rosalia invece alcune settimane dopo il suo arresto, per aver gestito la “cassa della famiglia" ed essere stata "punto di riferimento della riservata catena dei pizzini del latitante". Ed è proprio qua che gli investigatori del Ros trovano la pista giusta che li porterà al suo arresto il 16 gennaio scorso a Palermo. Da quel giorno in carcere sono finite 8 persone: l'autista Giovanni Luppino; la sorella Rosalia Messina Denaro; Emanuele Bonafede e Lorena Lanceri marito e moglie, Laura Bonafede, Andrea Bonafede, geometra e l'omonimo, dipendente comunale Andrea Bonafede; in carcere (poi scarcerato) il medico Alfonso Tumbarello. A loro bisogna aggiungere poi tutta una serie di persone indagate.

Matteo Messina Denaro appartiene alla generazione di mafiosi successiva a quella di Totò Riina e Bernardo Provenzano.

Ritenuto responsabile anche della Strage dei Georgofili a Firenze avvenuta nella notte tra il 26 e il 27 maggio del 1993 nei pressi della Galleria degli Uffizi. Cinque i morti in seguito all'esplosione di un'autobomba, oltre 40 i feriti. Tra le stragi ricondotte a lui quella di via Palestro a Milano, il 27 luglio del 1993, nei pressi della Galleria d'Arte Moderna. Cinque i morti e 12 i feriti anche in questo caso per l'esplosione di un'autobomba. Porta la firma di Messina Denaro anche l'attentato di via Fauro a Roma, quando, il 14 maggio del 1993, un'autobomba esplose vicino alla casa del giornalista Maurizio Costanzo. L'esplosione della bomba non provocò morti ma 24 feriti, tra i quali l'autista e una delle guardie del corpo del giornalista. Conosciuto anche come “diabolik” come il suo fumetto preferito (come lui avrebbe voluto farsi montare due mitra nel frontale della sua 164, ndr), è stato capo e rappresentante indiscusso della mafia trapanese. Matteo Messina Denaro fa perdere le sue tracce nel giugno del 1993. Su di lui un ordine di arresto n° 267/93 - per 4 omicidi, emesso da un giudice palermitano il 2 giugno 1993. Tre giorni dopo scrive una lettera alla ragazza con cui era fidanzato all’epoca, per annunciarle la sua fuga: «Non so se hai capito che nell’operazione di ieri da parte dei carabinieri c’è anche un mandato di cattura nei miei confronti… Qualunque cosa abbiano messo è soltanto una grande infamia, perché sono innocente… È iniziato il mio calvario, e a 31 anni, e con la coscienza pulita, non è giusto né moralmente né umanamente… Spero tanto che Dio mi aiuti… Non voglio neanche pensare di coinvolgerti in questo labirinto da cui non so come uscirò… Vuol dire che il nostro destino era questo. Spero tanto, veramente di cuore, che almeno tu nella vita possa avere fortuna… Non pensare più a me, non ne vale la pena… Con il cuore a pezzi. Un abbraccio, Matteo». Stragi, omicidi, attentati e messaggi minatori.

La vita di Matteo Messina Denaro è stata punteggiata di crimini. Riuscire a prenderlo era diventata una sfida per gli investigatori. “Sono il quarto di sei figli e sono l’unico che ha continuato l’attività di mio padre dedita alla coltivazione dei campi”, dettò a verbale Matteo, negli uffici della Squadra mobile di Trapani, il 30 giugno 1988, ascoltato come testimone nell’indagine per un omicidio. Il giovane Matteo però non rivelò agli investigatori che oltre al lavoro nei campi, portava avanti anche l’attività criminale del padre “don Ciccio” patriarca di Castelvetrano.

Nel 1989 don Ciccio, lo fece partecipare agli omicidi di 4 uomini d'onore della famiglia mafiosa di Alcamo, che erano in dissenso con le strategie trapanesi e corleonesi:strangolati e sciolti nell’acido, come usava fare la mafia allora. A vent’anni partecipò assieme ai corleonesi, alla guerra contro le famiglie ribelli di Marsala e del Belice. A 27 anni venne denunciato per associazione mafiosa.

Alcuni collaboratori raccontano che Messina Denaro aveva già ucciso, forse già quando era ancora minorenne. Non si ha il numero preciso dei morti ammazzati per mano sua, ma a suo carico ci sono almeno venti condanne all’ergastolo per altrettanti delitti, tra i quali quello del piccolo Giuseppe Di Matteo, sequestrato e ammazzato per vendetta dopo il pentimento del padre Santino; e quello di un vice-direttore d’albergo dove lavorava una ragazza austriaca di cui Matteo si era innamorato, e che si lamentava perché quel ragazzotto e i suoi amici frequentavano l’hotel infastidendola. Il primo a indagare e a scrivere il nome di Matteo Messina Denaro in un fascicolo di indagine fu l'allora procuratore di Marsala, Paolo Borsellino nel 1989. Anche Rino Germanà commissario di polizia a Mazara, iniziò a indagare su di lui e così Messina Denaro decise di farlo fuori: con Leoluca Bagarella e Giuseppe Graviano, a bordo di una Fiat Tipo, intercettarono Germanà sul lungomare di Mazara e iniziarono a sparargli addosso. Il poliziotto si buttò in mare e dietro di lui anche Bagarella ma il suo Kalašnikov si inceppò. E così il poliziotto si salvò. Messina Denaro è stato quello che si vantava che da solo aveva riempito un intero cimitero per i suoi morti ammazzati.

È stato però Matteo Messina Denaro a creare a Trapani la mafia infiltrata nell’economia, nelle imprese, nelle banche a farla diventare una mafia imprenditrice. Dentro le istituzioni, c’èra e c’è, la cassaforte di Cosa Nostra, lo confermano i maxi sequestri di milioni di euro, tutti recano il sigillo del super latitante, peq questo la ricerca del patrimonio dell'ex boss è destinata a continuare. È stato il traghettatore dalla mafia che sparava a quella sommersa, che vive dentro le imprese, essa stessa è impresa, quella che una volta faceva eleggere i politici e che poi ha eletto mafiosi destinati a diventare politici. La mafia rappresentata da mafiosi dalle doti imprenditoriali, manager del commercio e del cemento.

Totò Riina, nei dialoghi registrati in carcere, l’ha accusato di aver abbandonato la causa di Cosa nostra per pensare ai fatti propri: «Non ha fatto niente... io penso che se n’è andato all’estero». Giuseppe Tilotta, sospettato di far parte della mafia trapanese, si sfogava così nell’agosto 2015: «Ma anche questo, che minchia fa? Cioè, arrestano i tuoi fratelli, le tue sorelle, i tuoi cognati e tu non ti muovi? Ma fai bordello!». «Io sono del parere che questo qualche giorno, a meno che non lo abbia già fatto, si ritira... e gli altri vanno a fare cose a nome suo quando lui oramai non c’è più qua…». Ha guidato la mafia capace di intercettare quei fondi pubblici che sono arrivati per anni in una provincia povera e che si è ritrovata ogni giorno sempre più povera. Lui ha continuato ad essere onorato e rispettato come un “Dio” da tutta la consorteria. “Lu bene vene di lu Siccu. Lo dobbiamo adorare, è u Diu, è u bene di nuiatri”. Non solo riverito e servito, ma anche adorato. La sua ultima foto, quella con i rayban con lenti fumè, i poliziotti l’hanno rinvenuta nel 1995: veniva custodita da un suo accolito gelosamente. “Lu putissi viriri, facitici sapiri che se vuole lo posso portare in giro con la moto, ci mettiamo i caschi, e ci fazzu pigghiari un pocu d’aria”. Parole di Vito Signorello, professore di educazione fisica, calciatore, che ha dovuto rinunciare ad una panchina da allenatore alla quale era stato fatto accomodare nonostante si sapesse che fosse un sorvegliato speciale. Le indagini dopo il suo arresto lo confermano. Vale la pena ricordare una intercettazione del blitz antimafia della polizia “Golem” marzo 2010- uno degli indagati diceva all’altro interlocutore di essere propenso a lasciare moglie e figli pur di onorare ed aiutare il boss latitante. La caccia per arrestarlo non si è mai fermata da quel giugno '93. Castelvetrano è stata rivoltata come un calzino, negli ultimi dieci anni sono stati arrestati oltre 200 tra familiari, parenti di primo, secondo e terzo grado, fiancheggiatori e amici, ma di lui solo avvistamenti in Italia e all'estero. A lui si è arrivati per uno “sbaglio”, un pizzino che doveva essere stracciato ed invece la sorella Rosalia ha lasciato dentro l'incavo di una sedia. Quel muro di omertà che lo ha sempre protetto è rimasto integro, tranne le dichiarazioni del defunto cugino del boss, Lorenzo Cimarosa, ad oggi neppure i vari collaboratori di giustizia, come Andrea Mangiaracina o Vincenzo Sinacori avevano mai portato al latitante. A dimostrare una sorta di patto di sangue e d'onore che c'è stato tra i fedeli a Matteo Messina Denaro. Chi ha preso il suo posto? Sicuramente in uno dei suoi tanti ordini recapitati attraverso i pizzini avrà indicato il nome del suo successore a cui ha lasciato scettro e comando. La mafia, almeno quella trapanese, rimane una organizzazione che trova sempre capacità di risorgere grazie ad un tessuto sociale dove la maggior parte delle persone preferisce continuare a comportarsi come le famose tre scimmiette, non vedo, non sento, non parlo. Cosa nostra trapanese, purtroppo rimane ben radicata sul territorio.

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