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Perchè la "Barone srl" è finita in amministrazione giudiziaria - Trapani Oggi

San Vito Lo Capo | Cronaca

Perchè la "Barone srl" è finita in amministrazione giudiziaria

05 Aprile 2022 08:29, di Laura Spanò
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L'obiettivo è quello di "eliminare contiguità e condizionamenti mafiosi"

Perchè amministrazione giudiziaria per l'azienda "Barone srl"?

L'obiettivo è quello di "eliminare contiguità e condizionamenti mafiosi, in modo da scongiurare altre forme di controllo giudiziario, o giungere, come accade nei casi più gravi, alla confisca".  Il provvedimento, eseguito dalla Direzione investigativa antimafia di Trapani è della Sezione Misure di Prevenzione del tribunale di Trapani, su proposta del procuratore di Palermo e del direttore della Dia.

Il provvedimento previsto dall’art. 34 del «Codice Antimafia», viene applicato per bonificare l’azienda e consentire il suo recupero all’economia legale. L’amministratore giudiziario s’insedierà per un periodo iniziale di 8 mesi. L’azienda dispone di un impianto di produzione di calcestruzzo con annesso capannone, diversi automezzi e mezzi speciali di trasporto ed impiego della malta e una cava di approvvigionamento delle materie prime, valore prossimo al milione di euro.

L’impresa opera in uno dei settori definiti dal cosiddetto «Decreto liquidità» come tra quelli maggiormente esposti a rischio di infiltrazione mafiosa.

Cosa hanno individuato gli investigatori.

Nel corso delle indagini legate all'arresto del boss di Custonaci Giuseppe Costa (ora condannato a 12 anni) furono individuati numerosi indizi, valutati dal Tribunale “come importanti elementi probatori tali da far ritenere che la società fosse concretamente permeata da infiltrazioni e condizionamenti da parte di Cosa nostra”.

Proprietario della calcestruzzo “Barone srl”, era Salvatore Barone (deceduto) padre degli attuali titolari. Barone venne condannato il 28 novembre del 2000, dalla Corte d'Assise d'Appello di Palermo per associazione mafiosa nell'ambito del procedimento RINO II. Salvatore Barone, è riconosciuto “affiliato alla famiglia mafiosa di Valderice, per avere prestato la sua collaborazione per l'attuazione di interessi di Cosa Nostra, in particolare all'opera di infiltrazione del sodalizio nell'apparato economico imprenditoriale”.

Le indagini

recenti degli investigatori dei carabinieri e della Dia di Trapani, hanno permesso di trarre inequivocabili elementi di perdurante infiltrazione mafiosa nella societĂ  Barone srl, da parte del boss Giuseppe Costa, che si era rivolto ai titolari di un'altra societĂ  dello stesso settore commerciale per proporre l'acquisto della calcestruzzi Barone.

Giuseppe Costa è stato tra i carcerieri del piccolo Giuseppe Di Matteo, figlio del collaboratore di giustizia Santino rapito e sciolto nell’acido dopo una lunga prigionia. Giuseppe Costa fu arrestato da Carabinieri e Dia a dicembre del 2020.

Il particolare della vendita, verrà confermato agli investigatori dai diretti interessati, che erano stati avvicinati da Giuseppe Costa e da Antonino Mazzara. Era il 2019. Viene sottolineato il “contesto della criminalità sanguinaria ed economica che ha come vertice il boss ergastolano Vincenzo Virga, condannato assieme a Matteo Messina Denaro e Vito Mazzara e Francesco Milazzo per l’omicidio dell’agente Giuseppe Montalto”.

Quelle indagini dimostrarono che all'interno della Barone srl, “vi erano ancora attuali interessi e partecipazioni riconducibili ai mafiosi Pietro Virga e Vito Mazzara, curati nello specifico da Costa il quale era collaborato da un dipendente della calcestruzzi Barone, vicino ai Virga”.

Giuseppe Costa, si legge nel decreto, “ha mostrato di avere il potere di intromettersi nella gestione della Barone Srl estromettendo consapevolmente i soci e la amministratrice unica ed assumendo incarichi delicati, quale quello di vendere a terzi la società stessa”. Insomma cosa nostra stava tentando di “ripulire” un’impresa nata in “odor di mafia”, facendola acquistare ad un'altra azienda dello stesso settore, ma la vendita non andò a buon fine.

Dalle indagini risulta come Costa abbia reso possibile il controllo sulla Barone Srl della consorteria mafiosa portando avanti iniziative personali, non avendo alcun ruolo formale nell’azienda, e chiedendo informazioni sull’andamento della società ad un dipendente per verificare se i titolari occultassero ricavi che invece dovevano essere consegnati a Caterina Culcasi, moglie dell’ergastolano Vito Mazzara.

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